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Elvis Koloko, originario del Camerun, pur risiedendo e lavorando in Italia dal 2007, non ha ancora acquisito il diritto al voto, Roma, Italia, (Chiara Peri/JRS)
Roma, 18 giugno 2012 - Accompagnare i migranti forzati nella loro vita in Italia significa prima di tutto condividere le molte esperienze di esclusione formale e informale che vivono sulla loro pelle, e affrontare la mancanza di accoglienza con cui si confrontano ogni giorno.

La burocrazia è la più strutturata forma di razzismo esistente in Italia e sembra dare una base legale al rifiuto dell'accoglienza. Ciascun passaggio sembra sottolineare la non appartenenza, l'estraneità alla comunità dei cittadini.

"Extracomunitario": una brutta etichetta, che nell'uso comune si colora di un'accezione dispregiativa e resta attaccata alla persona anche se gli è stata riconosciuta la protezione internazionale, anche se lavora da molti anni qui e paga regolarmente le tasse, persino (in certi casi) se la persona in questione è nata nel nostro Paese.

La concezione moderna della cittadinanza, nata alla fine del '700, si è affermata come espressione di eguaglianza: dire "siamo tutti cittadini" serviva a eliminare le discriminazioni per appartenenze a classi sociali diverse. Paradossalmente, proprio in un'epoca in cui la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo riconosce diritti a tutti gli individui, la cittadinanza da strumento di uguaglianza è diventata, in molti Paesi del mondo (tra cui il nostro), un efficace strumento di discriminazione.

Per riportare all'attenzione dell'opinione pubblica il tema dei diritti di cittadinanza, in occasione dei 150 dall'Unità di Italia, diciannove Associazioni della società civile1, tra cui il Centro Astalli, hanno promosso la campagna nazionale "L'Italia sono anch'io", che ha portato alla raccolta di oltre 200mila firme per due leggi di iniziativa popolare, una di riforma delle attuali norme sulla cittadinanza, l'altra sul diritto di voto degli stranieri alle elezioni amministrative.

Un sistema inadeguato. Si è trattato di un'azione collettiva a cui hanno aderito numerosi cittadini ed enti locali, con l'intento di denunciare una condizione di ingiustizia: l'attuale legislazione in materia di cittadinanza non interpreta in modo equo e realistico la realtà di un Paese in cui le comunità locali sono già da molti anni multietniche e multiculturali. Una concezione ormai inadeguata di cittadinanza legata quasi esclusivamente allo ius sanguinis non fa che creare incongruenze e paradossi anche in situazioni in cui l'integrazione si è compiutamente e felicemente realizzata.

Non esiste in Italia alcuna effettiva possibilità di acquisire automaticamente la cittadinanza da parte di bambini nati in Italia da genitori stranieri o da parte di giovani giunti in Italia in tenera età. Ragazzi che vivono e crescono in Italia, frequentano le scuole italiane, parlano la nostra lingua e addirittura i nostri dialetti ma che, per diventare cittadini italiani, dovranno seguire, a partire dai 18 anni, lo stesso percorso burocratico degli immigrati stranieri adulti.

Più di seicentomila adolescenti che, a un certo punto della loro vita, fanno la scoperta dolorosa di non essere italiani affrontando tutti gli ostacoli quotidiani che tale situazione comporta. Partecipare a un viaggio scolastico all'estero o rispondere alla convocazione in una rappresentativa nazionale giovanile di calcio o di atletica, possono diventare improvvisamente sogni difficilissimi da realizzare. Per non parlare dell'obbligo di rinnovare il permesso di soggiorno, con le relative lungaggini burocratiche, tristemente note a chiunque ne abbia fatto esperienza.

Un'altra grave forma di ingiustizia è l'esclusione dei cittadini stranieri regolarmente residenti dalla partecipazione politica. Lo scorso 6 e 7 maggio in molti comuni italiani si sono tenute le elezioni amministrative. Non tutti però hanno potuto votare. Si tratta dei 3.235.497 cittadini stranieri non comunitari, pari al 5,3% della popolazione, che risiedono stabilmente nel nostro Paese ma non sono rappresentati nelle giunte locali che governano le città nelle quali vivono, studiano, lavorano contribuendo al loro sviluppo economico e sociale: sono infatti ancora privi del diritto di voto amministrativo.

Già nel 1992 il Consiglio d'Europa ha adottato la Convenzione sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale. Questo testo prevede, al capitolo C, che ciascuno Stato conceda "il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni locali ad ogni residente straniero, a condizione che questi soddisfi alle stesse condizioni di quelle prescritte per i cittadini ed inoltre che abbia risieduto legalmente ed abitualmente nello Stato in questione nei cinque anni precedenti le elezioni".

Sebbene l'Italia abbia ratificato la Convenzione con la legge 8 marzo 1994, n. 203, essa non è stata ancora del tutto implementata. Si è scelto di optare per una ratifica limitata ai capitoli A e B (che prevedono, rispettivamente, la libertà di espressione e di associazione e l'istituzione di organi consultivi per rappresentare gli stranieri a livello locale). Viene escluso perciò il cardine di una piena partecipazione alla vita pubblica a livello locale: il diritto di voto e di eleggibilità.

Agire in sostegno dei nostri vicini. Le persone di origine straniera che vivono in Italia sono oggi circa 5 milioni (stima Dossier Caritas Italiana Fondazione Migrantes al 1° gennaio 2010), pari all'8 % della popolazione totale. Di questi un quinto circa sono bambini e bambine, ragazzi e ragazze, nati in gran parte in questo Paese. A loro, alle loro famiglie, vengono per lo più frapposte soltanto barriere. Limitazioni insormontabili e ingiustificate, che danno luogo a disuguaglianze, ingiustizie e vere e proprie persecuzioni.

L'articolo 3 della nostra Costituzione stabilisce il principio dell'uguaglianza tra le persone, impegnando lo Stato a rimuovere gli ostacoli che ne impediscano il pieno raggiungimento. Ma nei confronti di milioni di stranieri questo principio è disatteso.

La campagna "L'Italia sono anch'io" ha dato voce ai molti cittadini italiani che considerano l'uguaglianza valore fondante di ogni democrazia e la decisione di persone di origine straniera di diventare cittadini/e italiani/e una scelta da apprezzare e valorizzare. Il Centro Astalli condivide pienamente la convinzione che la battaglia per il riconoscimento dei diritti di ogni individuo sia decisiva per il futuro del nostro Paese. Tutti dobbiamo assumercene la responsabilità e operare  perché l'Italia sia più aperta, accogliente e civile.

In attesa che il Parlamento prenda in esame le proposte di legge presentate dai cittadini, continuiamo a sentire l'urgenza di riportare il tema della cittadinanza all'attenzione dell'opinione pubblica e al centro del dibattito politico. Facciamo appello alle Istituzioni, alle forze politiche e sociali, al mondo del lavoro e della cultura, a tutte le persone che vivono in Italia.

Ognuno è chiamato a svolgere il ruolo che gli compete per costruire un futuro di convivenza, giustizia e uguaglianza in cui a ogni individuo che nasca e viva nel nostro Paese sia accolto come membro effettivo della comunità.

Chiara Peri, Responsabile per i programmi del JRS Italia-Centro Astalli

1La campagna nazionale "L'Italia sono anch'io" è stata promossa, da Acli, Arci, Asgi-Associazione studi giuridici sull'immigrazione, Caritas Italiana, Centro Astalli (JRS Italia), Cgil, Cnca-Coordinamento nazionale delle comunità d'accoglienza, Comitato 1° Marzo, Coordinamento nazionale degli enti locali per la pace e i diritti umani, Emmaus Italia, Fcei – Federazione Chiese Evangeliche In Italia, Fondazione Migrantes, Libera, Lunaria, Il Razzismo Brutta Storia, Rete G2 – Seconde Generazioni, Sei Ugl, Tavola della Pace, Terra del Fuoco e dall'editore Carlo Feltrinelli. Presidente del comitato promotore è il sindaco Graziano Delrio.


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