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osservi tuttle le campagne


Nei campi le difficoltà sono comuni, e per una donna sola il rischio di essere oggetto di violenza sessuale è elevato, Mweso, Repubblica Democratica del Congo.
Mweso, 8 marzo 2014 – Alimentati dalla competizione per i minerali preziosi, conflitto, violenze e instabilità hanno devastato il Congo per quasi due decenni. E con la distruzione dell'economia e delle infrastrutture, l'impunità ha regnato sovrana. Violenze sessuali e di altro genere compiute contro le donne, soprattutto sfollate, sono all'ordine del giorno. Mapendo è solo una delle sopravvissute, e questa è la sua storia.

Mapendo (che significa 'amore') viene da Mihara, un piccolo villaggio della provincia del Nord Kivu nel Congo orientale. Fuggita dalle violenze dei ribelli FDLR, vive ora nel campo di Mweso.

Questa è anche la storia di Sifa, Vumila, Maniriho e Dusabe. I nomi delle donne cambiano, come cambiano i villaggi e i loro aggressori. Eppure la sofferenza è la stessa, come uguale e la voglia di ricominciare ogni giorno, la forza di sopravvivere, e soprattutto il desiderio di dare ai propri figli un futuro migliore.

Era il 2009 quando Mapendo e la sua famiglia sono fuggiti per qualche notte cercando riparo nella foresta pluviale. Le forze ribelli FDLR avevano raggiunto il suo villaggio e altre cittadine dei dintorni. Avevano cominciato a saccheggiare le proprietà, uccidere gli uomini e violentare le donne.

Molte famiglie avevano già trovato rifugio nei campi per sfollati (IDP) a Kashuga, Mweso o Ibuga. Nella speranza che in pochi giorni tornasse la pace, Mapendo e il marito non si erano allontanati troppo. Ma un giorno sono stati scoperti.

Mapendo, che all'epoca aveva 27 anni, è stata più volte violentata difronte ai tre figli, e il marito ucciso. Il giorno successivo, nell'ottobre del 2009, ha lasciato il villaggio per andare nel campo di Mweso. Nei campi la vita non è facile, soprattutto per una donna sola.

I ricoveri – fatti di fango e paglia – non sono certo confortevoli, e se sul tetto non c'è un telo di plastica, spesso ci piove dentro. I più fortunati hanno una stuoia su cui dorme tutta la famiglia, e qualche volta anche una coperta per ripararsi dal freddo e dall'umidità della notte. Le famiglie posseggono pochi utensili: un piatto unico per tutti, un bidone per l'acqua e un secchio per lavarsi. Sono in pochi ad avere qualcosa di più.

Quando è arrivata al campo, la cosa più importante che Mapendo ha dovuto imparare è stato come procurarsi da mangiare. A Mihara era facile, aveva dei campi da coltivare. Nel Nord Kivu, la terra è molto fertile e si possono fare quattro raccolti l'anno. Se ci fosse la pace, si potrebbe vivere bene.

Nei campi per IDP la vita è molto più difficile: non ci sono terreni aricoli e quindi non c'è cibo. Il World Food Programme delle NU distribuisce generi alimentari, ma non ce ne sono mai abbastanza; e dal novembre scorso le distribuzioni si sono interrotte.

Dal momento che l'esercito congolese (FARDC) ha sconfitto il movimento ribelle M23, si ritiene che le persone possano tornare a casa in sicurezza. Ma ciò non è vero. In questo angolo di mondo, non è stato l'M23 il responsabile dello sfollamento della popolazione, bensì altri gruppi più o meno grandi che sono ancora qui in tutta la loro presenza distruttiva.

In cambio di un paio di patate, un po' di mais, o una manciata di fagioli, Mapendo deve cominciare ogni sua giornata chiedendo agli abitanti locali il permesso di lavorare nei loro campi. E così si incammina … per chilometri, a piedi ovviamente, con il figlio più piccolo sulla schiena e gli altri due che le trotterellano al fianco: non ha denaro per mandarli a scuola. Dopo aver lavorato tutto il giorno, deve andare ancora più lontano in cerca di legna e, naturalmente, tornare indietro prima che faccia buio. Nel viaggio di ritorno, il bambino è appeso al collo, perché la schiena è occupata dalla legna. 

Quando ha fortuna, riesce a ricavare cibo e legna sufficienti per due giorni, e può riposare per un giorno. Ma ci sono giorni in cui il cibo che riesce ad avere in cambio del lavoro è molto poco, o giorni in cui non trova legna a sufficienza oppure ancora incontra uomini di un altro gruppo armato ribelle.

Quasi tutte le donne sfollate sono state prima o poi vittime di violenza sessuale. La maggior parte di loro più volte. Alcune lo considerano un male necessario, quasi normale, soprattutto le donne sole. Pur di avere protezione, alcune di loro, che hanno subito violenza nei campi per sfollati, diventano le compagne di uomini che hanno già un'altra donna.

Il giorno dopo si ricomincia, in cerca di qualcuno che possa darle un lavoro.

Sr. Paola Paoli RSCJ, direttore di progetto del JRS, Mweso, Repubblica Democratica del Congo

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