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Un murales al Safe Haven Center nel campo di Kakuma, in Kenya, che offre alle donne servizi e protezione (Angela Wells / Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati)
Goma, Nairobi, 8 marzo 2015 – La violenza sessuale non provoca solo indicibili danni psicologici e fisici alle persone, ma distrugge il tessuto sociale delle società. Sebbene la protezione e il sostegno siano essenziali per chi sopravvive, l'eliminazione della violenza fondata sul genere e sull'appartenenza sessuale (SGBV) richiede si adotti un approccio sistematico che dia spazio alle comunità perché possano lavorare insieme per cambiare norme e pratiche dannose; che i governi sostengano la realizzazione di strategie di prevenzione; e che siano rafforzate le sanzioni giudiziarie.

Le società colpite dal conflitto sono ancora più vulnerabili delle altre. Le violenze separano famiglie e comunità. Reti e strutture di sostegno si disperdono. Le competenze, un tempo preziose, perdono valore, e non si è più in grado di provvedere al proprio sostentamento. Per sopravvivere, le famiglie si affidano agli aiuti umanitari internazionali, o sono costrette a sbarcare il lunario in mercati del lavoro informali. In sostanza, le dinamiche dell'ineguaglianza peggiorano sempre più.

Ogni giorno i gruppi di lavoro del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati sono testimoni di come intere comunità vivano sotto la minaccia costante della SGBV – matrimoni precoci, mutilazione genitale femminile (FGM), sesso di sopravvivenza, traffico di sesso e altre violenze di ordine sessuale.

L'area orientale della Repubblica Democratica del Congo è probabilmente uno degli esempi peggiori di come l'assenza di legalità colpisca le comunità sfollate ed emarginate. Quasi tre milioni di sfollati (IDP) vivono nel timore costante della violenza armata, del reclutamento forzato e delle violenze sessuali. Questa storia di continue violenze e depravazione è comune anche nel Sud Sudan, dove il riaccendersi del conflitto ha spianato la strada a un aumento delle violenze sessuali. Situazione analoga nell'instabile Repubblica Centrafricana dove le donne sono fatte oggetto di violenze e sfruttamento.

Anche in regioni relativamente pacifiche, la violenza sessuale permane un problema. Nelle regioni più stabili del Sud Sudan e nei campi rifugiati del Ciad occidentale, i matrimoni forzati impediscono a migliaia di giovani di frequentare la scuola. Inoltre, in città come Nairobi, i rifugiati – cui è negato il permesso di lavoro – sono spesso costretti svolgere lavoro di tipo sessuale per sopravvivere.

Conseguenze dell'ingiustizia. Nelle società, conflitto, oppressione e violenza portano un clima in cui le violenze sessuali diventano un'altra espressione di dinamiche di potere ingiuste. Secondo quanto riportato nella ricerca sulla violenza sessuale e di genere pubblicata dalla ONG internazionale HIAS, presente in Ciad, Kenya, Sudafrica e Uganda, è a maggior rischio di violenza sessuale chi già si trova a dover affrontare livelli elevati di discriminazione – ovvero donne sole, vedove e chi presenti una qualche forma di disabilità. Lo sfollamento non fa che aumentare il rischio.

"L'autonomia che padri, partner e società negano a questi individui limita la loro capacità di prendere decisioni consapevoli circa il proprio corpo e la scelta del partner. La stigmatizzazione scoraggia dal riferire gli abusi subiti. La SGBV diventa conseguenza dello sfollamento quando ci sono persone che sfruttano la vulnerabilità degli altri e quando le comunità non possono più proteggere chi è più a rischio" ha detto Beatrice Gikonyo, responsabile per l'advocacy del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati Africa Orientale.

"Le reti comunitarie e familiari nei campi per sfollati a Bangui (Repubblica Centrafricana) sono state distrutte dal conflitto e dalle successive politiche di accampamento. I genitori non hanno più potere. Non sono più in grado di proteggere le proprie famiglie dai predatori sessuali che si approfittano della vulnerabilità dei bambini", commenta Isidore Ngueuleu, responsabile per la comunicazione e l'advocacy del JRS Africa Occidentale.

Comprensione globale. Di norma, la violenza sessuale ha luogo in presenza di altri abusi dei diritti umani. Leggere la SGBV come fenomeno isolato è pericoloso; distrae attenzione e risorse dalle cause alla base della violenza e dello sfollamento.

"Non si possono comparare così le esperienze delle persone. Non si può affermare che il reclutamento dei bambini o il lavoro forzato sono più o meno dannosi della SGBV", afferma la dottoressa Maria Eriksson Baaz, ricercatrice e professore associato presso l'Africa Nordic Institution, con molti anni di esperienza nella RDC.

"Giornalisti, operatori umanitari, ricercatori vengono tutti a parlare con le vittime di violenza sessuale. Spesso, le sopravvissute descrivono solo brevemente l'abuso, prima di parlare di ciò che le preoccupa di più: le razzie nei villaggi o la fame sofferta dai figli. La violenza sessuale è spesso uno dei tanti abusi dei loro diritti umani, ma la comunità internazionale tende a vederla come una problematica isolata".

Riconoscere nella SGBV il sintomo di una violenza più vasta è qualcosa che agenzie umanitarie e governi devono fare per poter affrontare alla radice le cause, sviluppando una comprensione inclusiva del conflitto. Gli approcci su base comunitaria – che hanno inizio localmente e dovrebbero comprendere tutti i membri – affrontano innanzitutto la frammentazione sociale che dà luogo a una maggiore incidenza della SGBV.

Approccio su base comunitaria. Questo tipo di approcci sono più efficaci quando condotti dai membri stessi della comunità. Molti rifugiati mobilitano le rispettive comunità per affrontare discriminazione, pratiche culturali dannose e, infine, la violenza sessuale.

Amina*, rifugiata somala di 24 anni che vive nel campo di Kakuma in Kenya, ha avviato un'iniziativa per scoraggiare i membri della comunità dal praticare la mutilazione genitale femminile e i matrimoni precoci dopo essere stata testimone dei danni provocati da queste usanze sulle ragazze.

"Direi che l'80 percento delle ragazze di Kakuma sono state sottoposte a mutilazione genitale, e molte famiglie vivono in condizioni così difficili che per poter incassare il denaro della dote e sopravvivere danno in spose le figlie quando sono ancora molto giovani a uomini che hanno il doppio della loro età", ha raccontato.

Per affrontare queste problematiche, Amina ha mostrato alcuni video sulle complicazioni provocate dal parto nelle giovani che hanno subìto una mutilazione genitale. Ha mostrato a giovani donne come avere accesso nel campo a un piccolo intervento chirurgico gratuito che rimedi al danno fisico provocato da questa pratica. Non meno importante, ha invitato uno sceicco musulmano del luogo che attraverso insegnamenti religiosi ha scoraggiato la pratica dei matrimoni precoci e la mutilazione genitale femminile.

"Quando ho cominciato ero sola. Poi si sono unite a me le amiche di mia madre. Abbiamo riunito le donne perché parlassero tra loro delle orribili esperienze fatte. Ho detto che un giorno le figlie sarebbero diventate donne e avrebbero dovuto vivere ciò che era capitato a loro, ma che il futuro che le aspettava poteva essere cambiato. Dopo un anno, avevo dalla mia parte 30 donne e qualche uomo. Ci sono state madri che hanno giurato di non mutilare le proprie figlie, e questo ha influenzato altre donne", ha raccontato Amina.

La difficoltà più grande che Amina ha dovuto affrontare è stata la mancanza di sicurezza personale.

"Sono una rifugiata anch'io e come le altre donne non sono protetta da chi vuole farmi del male per ciò che faccio. Il modo più sicuro di operare sarebbe quello di avere una ONG che aiuti gli uomini e le donne somali a parlare chiaramente in spazi sicuri, segua le famiglie e istruisca i figli.

Gli uomini somali devono essere coinvolti perché possono influenzare altri uomini molto più di quanto non possano fare le donne", ha spiegato Amina.

Giustizia. Oltre a cambiare le norme sociali nelle comunità, i governi devono promulgare e rendere effettiva una legislazione che assicuri adeguata protezione e giustizia.

Nel Ciad, dove la legislazione nazionale non è in linea con gli standard internazionali, le donne rifugiate si trovano a dover affrontare grandi ostacoli per trovare protezione. Sia le norme culturali sia la legge nazionale ammettono il matrimonio di bambine di soli 13 anni.

Il Sudafrica è uno dei pochi paesi ad aver introdotto una legislazione che protegga chiunque entro i propri confini dagli abusi sessuali. Eppure, nella realtà delle cose, in questo paese le donne rifugiate vivono comunque episodi di discriminazione quando cercano di avere accesso all'assistenza sanitaria o se vogliono sporgere denuncia per un abuso subìto.

Nel Congo, poi, la combinazione tra un sistema giudiziario debole e l'attenzione alle sopravvissute alla violenza sessuale ha creato un paradosso. Ci sono fondi erogati in favore delle sopravvissute – sebbene in quantità insufficienti – mentre le misure di prevenzione vengono del tutto ignorate. Si aggiunga che sono pochissimi i colpevoli che arrivano nelle aule di giustizia, e quelli che vengono accusati raramente ricevono un equo processo.

Assicurare alla giustizia i responsabili di crimini odiosi è importante, ma la mancanza di processi equi e la possibile carcerazione di individui innocenti mina la fiducia nel sistema giudiziario e aumenta la possibilità che le donne siano viste più come un problema, che come vittime.

Garantire che i sistemi giudiziari seguano un minimo accettabile di norme e standard internazionali è parte della soluzione di un fenomeno complesso. I benefattori internazionali devono far sì che le autorità istituiscano programmi globali di sostegno per le sopravvissute alla violenza sessuale. Formazione e campagne di sensibilizzazione sui suoi effetti reali, nonché opportunità di sussistenza sia per gli uomini sia per le donne sono tutti modi per ricostruire le comunità distrutte dal conflitto.

Le comunità forti saranno a loro volta meglio equipaggiate per affrontare la frammentazione sociale che provoca la SGBV. Il successo sarà legato a una riduzione complessiva dei tassi di SGBV.

Angela Wells, responsabile per la comunicazione del JRS Africa Orientale
Caitlin Hannahan, responsabile per la comunicazione e l'advocacy del JRS Grandi Laghi

Il JRS cerca di affrontare la SGBV incoraggiando la parità tra i sessi in tutti i progetti educativi, promuovendo l'autosufficienza grazie a programmi di sussistenza, e fornendo spazi fisici di protezione per donne e bambini già vittime di abusi.

*Il nome è stato cambiato per motivi di sicurezza

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