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Il Team del JRS in Maban, Sud Sudan (Angela Wells / Il Servizio dei Gesuiti ai Rifugiati).

Maban, 20 aprile 2017 - Siamo sconvolti dalla piega presa di recente dagli eventi qui nel Sud Sudan.

Dopo cinque lunghi decenni di conflitto con il Nord, nel 2011 il Sud Sudan è diventato indipendente. Poco dopo, nel dicembre del 2013, una guerra civile di ampia portata ha cominciato a minacciare l’esistenza stessa della più giovane nazione del mondo.

Lo sfollamento di oltre 3,5 milioni di sudsudanesi ne fa la più vasta crisi di questo genere del continente africano. Abbinata a quella economica (con un tasso di inflazione che supera l’800%), la crisi umanitaria venutasi a creare nel Sud Sudan è di proporzioni senza precedenti.

Il 20 febbraio, il governo ha riconosciuto ufficialmente l’inizio della carestia in alcune zone del paese. Secondo l’ultimo rapporto dell’UNICEF “si stima che nel Sud Sudan, tra maggio e luglio 2017, al culmine della stagione meno produttiva, 5,5 milioni di persone (il 47% della popolazione) saranno colpite da una grave carenza di generi alimentari; e che sempre quest’anno, più di 1,1 milioni di bambini saranno seriamente malnutriti”.

Nonostante la siccità abbia colpito alcune aree del paese, la carestia è opera dell’uomo, causata soprattutto dal conflitto in corso. Milioni di persone soffrono la fame e centinaia di migliaia rischiano di morire di inedia se non sarà messa fine agli scontri. Gli accordi dell’agosto 2015 non hanno portato frutti, e in molte zone del paese sono in corso scontri armati, violenze e violazioni dei diritti umani. La forte presenza di armamenti leggeri e numerose milizie locali complicano ancora di più la realizzazione di qualsiasi accordo di pace.

Con la recente uccisione di sei operatori umanitari avvenuta in marzo sulla strada tra Pibor e Juba, il numero totale degli operatori assassinati dall’inizio del conflitto nel dicembre del 2013 è salito a 79: una cifra sconcertante. Per la famiglia umanitaria, il Sud Sudan è un posto pericoloso, e questo proprio nel momento in cui la sua popolazione ne ha più bisogno. 

In mezzo a tutte questa difficoltà, il JRS Sud Sudan continua a investire in educazione e attività psicosociali e pastorali a Yambio e Maban. Offre educazione come misura protettiva contro l’arruolamento forzato, ma anche per preparare la generazione futura a imparare come risolvere le controversie attraverso il dialogo e la negoziazione piuttosto che ricorrendo alla violenza e alla forza. L’organizzazione fornisce inoltre sostegno psicosociale per aiutare le persone a guarire le ferite inferte dai traumi, e superare le avversità. Sono anche disponibili attività pastorali che celebrano la vita in mezzo a tanta morte e devastazione, e affermano che Dio non ha abbandonato il suo popolo.

I nostri fratelli del JRS oltre confine nel nord Uganda (Adjumani) e in Kenya (Kakuma) ospitano centinaia di migliaia di sudsudanesi, offrendo loro servizi simili, in modo tale che il tempo trascorso in esilio non sia sprecato, anzi sia vissuto immaginando e preparandosi per un futuro migliore.

In una recente nota dal titolo “Una voce grida nel deserto”, i Vescovi del Sud Sudan incoraggiano tutti con queste parole: “Facciamo appello perché rimaniate forti nello spirito, esercitiate controllo, tolleranza, perdono e amore. Operate per la giustizia e la pace, respingete violenza e vendetta. Noi siamo con voi”.

Nella medesima nota pastorale spiegano inoltre che il Papa desidera visitare il Sud Sudan. Noi ci auguriamo che questa visita si concretizzi davvero e che i cuori di pietra ne siano ammorbiditi affinché in questo meraviglioso paese possano prosperare pace e giustizia. Troppi hanno già perso la vita in questa guerra insensata.

Pau Vidal, SJ - Direttore di progetto, JRS Maban

(È anche possibile visitare: http://enpau.blogspot.com/)


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