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Cisarua, 15 gennaio 2018 – Per la maggior parte di noi, visitare un paese straniero di cui non parliamo la lingua non è sempre difficoltoso. Stiamo in hotel dove gli addetti alla portineria ci prenotano ristoranti, taxi ed escursioni, e quando cerchiamo una o due frasi particolari che ci servono ci basta consultare le app sui nostri smartphone.

La cosa è molto diversa per un rifugiato che aspetta a lungo di essere reinsediato, o cerca di far fronte alle tante sfumature della burocrazia in un paese di cui non conosce la lingua. Lo sa bene Sari, una giovane donna indonesiana che vive a Cisarua.

Le sentiamo dire: “Sono giovane e non ho molti soldi. Cosa posso offrire ai rifugiati?”

Sari ha a disposizione un po’ di tempo libero, e conosce bene la propria lingua, l’indonesiano. Eccolo il suo dono per i rifugiati hazara fuggiti dall’Afghanistan in Indonesia che stanno aspettando di essere reinsediati in un paese terzo: il dono della lingua che apre porte, unisce le persone, e rende possibile le relazioni. Sembra una cosa da nulla, ma insegnare a un rifugiato la lingua della comunità in cui vive aiuta ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare il rifugiato, le quattro cose che Papa Francesco ci ha chiesto di fare.

Il messaggio di Sari è che dovremmo aprirci, essere amichevoli e incontrare, conoscere i rifugiati. Forse, suggerisce, dovremmo parlare di meno e fare di più. Sari ci mostra come possiamo #Do1Thing per fare la differenza.


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