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Dall’opera di accompagnamento dei rifugiati musulmani il JRS ha imparato che per molti di loro la fede è fonte di speranza e resilienza.

Roma, 1 febbraio 2018 – Il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) lavora con i rifugiati adottando uno stile che definiamo di “accompagnamento”: nel nostro servizio ai rifugiati, e la nostra opera di difesa in loro favore, cerchiamo di entrare nel loro mondo, “camminare insieme”, come spesso diciamo; e se lo facciamo con dedizione, scopriamo che le nostre esistenze vengono radicalmente trasformate grazie a questo viaggio condiviso.

Negli ultimi anni, alcune delle più vaste popolazioni di rifugiati sono state musulmane, in particolare molti dei siriani in fuga dalla guerra civile in corso nel loro paese, gli Hazara costretti a lasciare l’Afghanistan nel corso di molti anni, e il mezzo milione di Rohingya del Myanmar sconfinati nel Bangladesh nell’agosto 2017. Attualmente, il 70 percento circa dei rifugiati nel mondo è infatti musulmano.

Dall’opera di accompagnamento dei rifugiati musulmani il JRS ha imparato che per molti di loro la fede è fonte di speranza e resilienza. Allo stesso tempo, ci rendiamo conto che spesso è proprio per la loro fede che sono costretti ad abbandonare le proprie case, che gli si voltano le spalle quando cercano sicurezza e nuove opportunità.

La Settimana Mondiale dell’Armonia Interreligiosa (1-7 febbraio) proclamata dalle Nazioni Unite e il suo messaggio fondante secondo cui l’amore di Dio deve condurre all’amore del nostro prossimo, così come l’amore per il bene deve portare ad amare il prossimo, è pienamente condivisa dal JRS. La nostra opera di accompagnamento dei rifugiati ci ha portato alla convinzione che il nostro impegno con le fedi religiose dei rifugiati deve esprimersi oltre la semplice tolleranza o il rispetto: ci dobbiamo impegnare nei confronti dei fedeli e dei leader delle varie religioni del mondo, che hanno in sé le potenzialità per dare vita a una nuova tenerezza e compassione che possono trasformare il modo in cui vengono visti e trattati i poveri e gli stranieri, i rifugiati e i migranti.

Nell’ottobre 1965, 2.221 vescovi della Chiesa cattolica si sono riuniti a Roma per il Concilio Vaticano Secondo, approvando con il loro voto la dichiarazione Nostra Aetate, documento che contiene gli insegnamenti definitivi sull’atteggiamento della Chiesa nei confronti delle religioni non cristiane. Nella parte dedicate ai musulmani, i vescovi affermano che la Chiesa guarda a loro con grande rispetto, e si appellano a tutti perché siano dimenticate le dispute e le ostilità del passato, e si operi in favore di una reciproca comprensione; inoltre sollecitano cristiani e musulmani a lavorare di comune accordo alla promozione della giustizia, dei valori morali, della pace e della libertà.

Alla luce di tanta ostilità nel mondo di oggi nei confronti dei musulmani, può sorprendere venire a sapere che la Chiesa cattolica “guarda con stima” ai musulmani, come fa nei confronti dei fedeli di altre fedi religiose; e vede in questi credenti non cristiani dei compagni nella missione di creare un mondo più giusto e pacifico. il prossimo anno, il JRS esplorerà forme più efficaci di impegno con i musulmani e con chi professa altre fedi religiose, come pure con organizzazione a carattere religioso, al fine di promuovere la coesione sociale e ciò che Papa Francesco chiama la “cultura dell’incontro”. Chi tra noi afferma di amare Dio, non può al tempo stesso mostrare indifferenza nei confronti del prossimo, in particolare del prossimo che ha bisogno di protezione, che invoca un luogo di accoglienza e sicurezza in questo mondo che è la nostra casa comune.


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