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Una donna sfollata a Masisi, nel nord Kivu. (Sergi Camara / Entreculturas)

Goma, 27 febbraio 2018 – Vivo a Goma, capitale della provincia del Nord Kivu nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Il contesto di questa regione è molto complesso, e ha subìto l’influenza di numerosi eventi tragici come il genocidio del Ruanda e la prima (1996-1997) e la seconda (1998-2003) guerra del Congo. Conflitti che hanno lasciato profonde ferite a livello politico, sociale ed etnico da cui la regione non si è ancora ripresa.

Al di là di tutti questi conflitti, non c’è dubbio che attualmente a caratterizzare il Nord Kivu è il coltan. La maggior parte di voi sicuramente conosce questo minerale raro e importante: combinazione di due minerali con proprietà elettriche utilizzati per la realizzazione della maggior parte delle apparecchiature informatiche: (smartphone, tablet, televisioni, ecc). Secondo alcuni studi, il Nord Kivu è così fortunato (anche se forse dovremmo dire così sfortunato) da ospitare l’80% delle riserve mondiali di coltan, che ne fanno uno dei luoghi di maggior valore geostrategico di tutta l’Africa.

Attualmente, l’estrazione del minerale grezzo è diventata una delle ragioni principali dello sfollamento e delle violenze in corso nella regione. Molti gruppi armati (più di 70 nel Nord e nel Sud Kivu) usano le miniere di coltan come fonte di reddito per acquisire potere, comprare armi, e portare avanti i propri programmi politici. Chi vive in queste regioni viene allontanato dalle proprie terre: talvolta con la forza, altre a causa delle violenze perpetrate da gruppi armati, altre ancora a causa dei danni ambientali provocati dalle attività estrattive. Il risultato è che attualmente solo nel Nord Kivu gli sfollati sono più di 1,7 milioni.

Da qui il grande interrogativo: Cosa possiamo fare a casa?

La prima cosa che direi a chi legge, e a chi ha già preso il “virus” dell’attività umanitaria, è di trovare il modo di venire sul campo e dare una mano. Questa è ovviamente la maniera più diretta per contribuire un po’ a cambiare le cose. Ma il restante 99% delle persone? Beh, un ruolo ce l’abbiamo tutti. Tutti ci portiamo un po’ di Nord Kivu in tasca, e ogni volta che compriamo l’ultimo modello dell’iPhone stiamo spesso comprando morte, vita in condizioni simili alla schiavitù, e contribuendo ad altri danni collaterali.

Cosa possiamo fare? Dobbiamo, in parole povere, cambiare il nostro assurdo modello di consumo. Pensare semplicemente per qualche minuto se davvero abbiamo bisogno di comprare un nuovo telefonino, quando quello vecchio funziona ancora bene. Oppure possiamo unirci e chiedere alle compagnie prodotti che vengano da aree libere dal conflitto. Passo dopo passo, è possibile cambiare la realtà. Mi rendo conto che può sembrare molto idealistico, ma abbiamo il potere di cambiare il mondo e farne un posto più giusto in cui vivere.

- Jorge Maldonado Estada, volontario del JRS RDC

*Jorge lavora per con il JRS grazie a un tirocinio finanziato e offerto dalla Cátedra de Refugiados y Migrantes Forzosos e dall’Instituto Universitario de Estudios sobre Migraciones (IUEM) presso l’Universidad Comillas con il sostegno di INDITEX per Entreculturas



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