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P. Martin fa da mediatore agli accordi di pacificazione comunitaria al Maaji III. (JRS)

Kampala, 3 aprile 2018 – Lo scorso novembre, in una rissa tra due studenti presso una scuola di Maai III, uno dei numerosi insediamenti di rifugiati nel distretto settentrionale di Adjumani in Uganda, uno di loro ha perso la vita.

I ragazzi appartenevano a due comunità etniche sudsudanesi diverse: la Ma’di e la Latuka. In seguito a questo tragico incidente, c’è stata un’escalation di violenza tra le due comunità che le autorità locali hanno faticato a contenere, interrotta solo grazie all’intervento del nonno del ragazzo deceduto.

Al tempo dell’incidente, il JRS stava conducendo un workshop per mediatori della pace nelle comunità a Pagirinya, un altro insediamento di rifugiati non lontano da Maaii III. Il workshop era facilitato da p. Martin Vuni, team leader della Friends of Kids and Youth International (FKYI).

Una settimana dopo, le due comunità si sono riunite per un incontro di riconciliazione organizzato dai capi del campo, al quale erano presenti anche agenzie umanitarie che lavorano nell’insediamento. Invitato dal capo del campo, p. Martin ha lasciato a metà l’altro workshop per andare ad aiutare a mediare l’incontro. Per sette ore le persone sono rimaste sedute a parlare di cosa era successo, e hanno espresso il desiderio di riappacificarsi. Alla fine dell’incontro le due comunità si erano riconciliate ed erano pronte a tornare a vivere di nuovo insieme.

Nel corso di questo processo si sono apprese lezioni importanti. In situazioni come questa, per giungere a una riconciliazione bisogna compiere quattro passi. Innanzitutto, le due comunità hanno dovuto rinunciare alla violenza, e a questo si è giunti in seguito all’intervento del nonno della vittima. Si è dovuto poi riconciliare le due versioni dei fatti. A questo si è arrivati grazie al fatto che le due parti hanno concordato che si era trattato di un incidente. Nella morte del ragazzo non c’era premeditazione, né era stata causata da motivi di ordine etnico. Il terzo passo è stato quello di appianare le divergenze venendosi reciprocamente incontro e accettando l’accordo raggiunto con una stretta di mano, gesto di importante valore simbolico. Da ultimo la riconciliazione potrà durare nel tempo solo se ciò che ha provocato la violenza subirà una trasformazione. È questo il passo più importante. Significa inoltre che la morte del ragazzo appartiene e va ricordata da ambedue le parti in causa, scuola inclusa. Su consiglio di p. Martin, le due comunità hanno concordato di radunarsi in una data prescelta per ricordare il ragazzo defunto e tutte le vittime di atti di violenza.

La coesistenza pacifica costituisce una priorità per l’UNHCR e per il governo dell’Uganda che se ne occupa attraverso l’opera di coordinamento dell’ufficio del primo ministro (OPM). Sebbene i 233.654 rifugiati siano stati dislocati in 19 insediamenti nel distretto di Adjumani, i conflitti interetnici tra rifugiati sudsudanesi sono quelli più frequenti, e resi più aspri dalla scarsità delle risorse che complica la condivisione delle terre e dei servizi sociali come quelli educativi, sanitari, ambientali tra rifugiati e comunità ospitanti.

Il programma del JRS per la pacificazione è di fatto un impegno che si svolge nella giusta direzione, ma non basta. Sebbene la risposta umanitaria in genere non ponga al primo posto l’opera di consolidamento della pace, la situazione sul campo dimostra che l’ottica a questo riguardo va rivista. Per le comunità con una lunga storia di violenze, il consolidamento della pace e il sostegno psicosociale devono rientrare in ogni protocollo di intervento umanitario.


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