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Djamila è una giovane rifugiata sudanese che vive nel Ciad orientale. Grazie al programma di protezione dell’infanzia del JRS sta di nuovo frequentando la scuola. (JRS)

Goz Beïda, 22 giugno 2018 – Più della metà dei bambini in età scolare rifugiati nel Ciad non è iscritta a scuola  . Molti dei più di questi 100.000 sono nati in campi rifugiati dopo che le loro famiglia sono fuggite dal conflitto nel nativo Darfur. Il conflitto in corso, che non ha ancora avuto termine, ha impedito per più di un decennio ai rifugiati del Darfur di rientrare a casa.

Djamila ha 12 anni e fino a poco tempo fa faceva parte di quel 56% di rifugiati in età scolare nel Ciad che non frequentano la scuola. Come molti altri bambini della sua età, Djamila deve lavorare per sostenere la famiglia.

La prima volta che l’ho vista, sono rimasta immediatamente colpita dal fatto che avevo l’impressione di incontrare un’adulta intrappolata nel corpo di una bambina. Quello che mi ha impressionato di più è stato l’enorme senso di responsabilità che aveva assunto: come gestiva la casa, i fratelli piccoli, e anche la nonna.

Al mercato, dove lavora ogni pomeriggio, faceva costantemente attenzione al proprio lavoro. Al suo fianco, quasi immobile, la sorellina di 5 anni. Le ho offerto qualche biscotto, ma Djamila, dimostrando una precoce maturità, ha detto alla sorella di prenderne uno e di tenere gli altri per dividerli. Dopo aver trascorso la giornata con loro, sono giunta alla conclusione che queste bambine avevano perso la loro innocenza – un’innocenza difficile da recuperare, portata via dalla loro condizione di sfollate.

Pochi giorni dopo aver incontrato Djamila, sono andata per la prima volta in uno degli Spazi child friendly che il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) gestisce nei campi rifugiati sudanesi nel Ciad orientale e che sono parte del suo programma rivolto ai bambini. Lo scopo di questi spazi è quello di garantire il benessere dei minori, offrendo loro un posto sicuro dove, tra le altre cose, poter svolgere attività ricreative ed educative, e ricevere assistenza psicosociale.

Devo ammettere che le mie aspettative prima della visita non erano molto grandi, “in fin dei conti è solo un’area giochi”, mi dicevo.

Quando sono arrivata, mi sono trovata davanti un piccolo edificio dai muri colorati coperti da disegni fatti dai bambini. Fuori c’era una piccola striscia di terra dove circa 30 bambini giocavano all’aperto. Il rumore era assordante. Cantavano, ballavano e, in un attimo, mi sono ritrovata circondata da aerei giocattolo che mi planavano intorno, e da piccoli dottori che esaminavano con cura e interesse i loro animali di pezza.

Una delle bambine mi ha guardato con insistenza, come se da me si aspettasse più di un semplice sorriso. A quel punto, Mady, una degli assistenti sociali del team del JRS Goz Beïda, mi ha avvertita: “Laura, è Djamila”.

Com’era possibile che non l’avessi riconosciuta?

Per un istante, quando l’ho guardata non riuscivo a crederci: sembrava avere cinque anni di meno. Aveva un sorriso che andava da un’orecchia all’altra e potevo vedere nei suoi occhi l’innocenza che non ero riuscita a percepire il giorno che l’avevo incontrata al mercato. Anche i suoi gesti e i movimenti erano diversi, molto più infantili. Senza sapere esattamente cosa mi avesse provocato quel sentimento dolceamaro, mi sono avvicinata e l’ho abbracciata.

Oggi posso dire che quell’esperienza è stata il momento più emozionante della mia permanenza nel Ciad. Sentimenti contrastanti. Da una parte mi sono sentita in colpa per aver pensato, sbagliando, che quei bambini non avrebbero ritrovato la loro innocenza, per averli considerati perduti. Dall’altra, la gioia e la soddisfazione di capire l’importanza del gioco, di sapere che hanno a disposizione questi spazi dove possono permettersi di essere bambini, anche solo per un momento durante la giornata.

Proteggendo l’infanzia, il JRS sostiene le famiglie rifugiate perché trovino soluzioni congiunte che assicurino il benessere di tutti i bambini. Soluzioni che devono soprattutto consentirgli di frequentare la scuola, perché l’istruzione ha un ruolo chiave nelle situazioni di emergenza. Fortunatamente, e grazie al programma di protezione dell’infanzia, Djamila ha ricominciato ad andare a scuola.

Ma fino a quando tutti i bambini non potranno essere iscritti a scuola, è importante che abbiano spazi in cui potersi impegnare, essere ascoltati e al tempo stesso, ovviamente, esercitare il loro fondamentale diritto al gioco, troppo spesso dimenticato.

– Laura Lora, responsabile per la comunicazione, JRS Africa Occidentale


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