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Safa vive ad Aleppo con parte della sua famiglia, ed è stata testimone di come il suo quartiere sia cambiato nel tempo a causa della guerra.

Aleppo, 19 settembre 2018 – È difficile sentirsi uno “straniero” nel proprio paese. Bisogna imparare ad affrontare le situazioni più difficili e impegnative. Per chi è sopravvissuto alla guerra vuol dire molto più che essere semplicemente vivo. Safa*, purtroppo, lo ha sperimentato appieno.

“Siamo vissuti qui fin da bambini. È incredibile che oggi non si possa prendere per scontato che di fatto siamo residenti originari di questi luoghi. Ci sentiamo come ostaggi nelle nostre stesse case”, lamenta Safa, 50 anni, madre di otto figlie. Sette sono sposate e vivono all’estero a causa della guerra.

Safa vive con i suoi due figli maschi. “Tutto quello che ho ora sono i miei tre figli, e due ferite con cui convivere. La prima è la morte di mio figlio che aveva quattordici anni, e la seconda è la sofferenza che da almeno 11 anni non dà pace a mia figlia che ha un tumore al cervello”.

Come madre, Safa ha fatto l’impossibile per assicurare alla figlia le cure necessarie per la sua condizione. Purtroppo, però, nel periodo in cui la città era sotto assedio le terapie le sono state negate.

Quando è aumentato il clima di violenza, Safa è dovuta fuggire con la famiglia in un’altra zona di Aleppo, rimanendo per un anno e mezzo praticamente senza casa. Ritornati nel loro quartiere, hanno trovato soltanto distruzione: le case gravemente danneggiate, e persino le persone non erano più come un tempo.

“Il conflitto ha inciso drammaticamente sulle persone. In passato, quando qualcuno aveva bisogno erano in tanti disposti ad aiutare. La guerra sembra abbia fatto dimenticare alle persone la loro umanità di un tempo”, osserva con voce dolente, a malapena percettibile, come avesse timore di essere sentita da qualcuno della comunità.

“In questi ultimi sei anni nessun’altra ONG ha fornito servizi in questo quartiere. Questa è una zona a maggioranza curda, e loro giustificano così la loro assenza. Io però non sono curda, e sono totalmente indifesa”.

Il volto le si illumina mentre ricorda, “È stata una piacevole sorpresa quando un giorno alcuni giovani con indosso le magliette del JRS, accompagnati dal direttore del comitato curdo, sono venuti in cerca di un posto dove insediare il loro centro”. E prosegue: “Per tutta la durata del conflitto non ci siamo mai sentiti come ora, ossia con la sensazione che qualcuno si prenda cura delle nostre necessità con tanta compassione, qualcuno che ci faccia sperare in un futuro migliore, senza aspettarsi nulla in cambio”.

Oggi, affiancata dal JRS, Safa sa che può far fronte alle difficoltà.

*Nomi ed elementi identificativi cambiati a tutela della privacy degli interessati.


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