Giornata Mondiale del Rifugiato: avanti, non indietro
15 giugno 2015

Una donna esprime la sua gioia durante i balli tradizionali nella Giornata Internazionale delle Donne presso il campo dei rifugiati di Doro, Maban, Sud Sudan. (Angela Wells / Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati)
Avanti, quindi, non indietro. Iniziando da noi stessi, facciamo in modo che anche i nostri vicini, la nostra comunità aprano le porte a chi arriva.
Giornata Mondiale del Rifugiato

Avanti, non indietro

Roma, 15 giugno 2015 – In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati sollecita caldamente a ricordare che la chiave per il cambiamento va ricercata in ciascuno di noi. Mentre i governi decidono di accettare o respingere i rifugiati, noi soltanto abbiamo il potere di accoglierli davvero. Dobbiamo quindi modificare il nostro ormai radicato modo di guardare ai rifugiati come a qualcuno "altro" da noi.

In tutto il mondo, i rifugiati vengono respinti o espulsi. L'Australia sta mandando i rifugiati da Nauru in Cambogia. I colombiani vengono espulsi dal Venezuela. Il Kenya ha minacciato di mandare via quasi mezzo milione di somali e altri rifugiati. Imbarcazioni cariche di richiedenti asilo rohingya vengono respinte sempre di nuovo da paesi dell'Asia del Pacifico, che negano loro l'approdo. Migliaia di persone provenienti da Medio Oriente e Nordafrica perdono la vita in mare nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.

Anche quando i rifugiati non vengono di fatto espulsi, spesso sono tenuti ai margini, maltrattati o condannati alla detenzione. La loro stessa presenza è vista come un crimine, il che fa sì che le comunità ospitanti li escludano dal consorzio civile. In Sudafrica, gli stranieri sono fatti oggetto di violenze e disordini che li costringono ad andarsene il più velocemente possibile. In Europa, i rifugiati devono accontentarsi di prestare opera nel mercato illegale del lavoro e accettare sistemazioni abitative altrettanto illegali. Negli Stati Uniti, si condannano alla detenzione i rifugiati fuggiti dalle violenze imperanti nei paesi centroamericani.

La chiave di volta per il cambiamento non è sempre e necessariamente rappresentata da un approccio che parte dall'alto. In Svezia, i politici hanno suggerito che spetta ai leader indurre un nuovo modo di percepire la società, ma è compito nostro partire dall'idea personale che ne abbiamo. I rifugiati vanno inclusi nel concetto di "noi", in contrapposizione all'abituale "loro". Non ci limitiamo quindi a salvare semplici vite umane, salviamo invece persone con la loro dignità.

"Integrazione e ospitalità vanno oltre il mero aprire i confini, vogliono dire aprire le nostre stesse comunità; e ciò non dipende dalla decisione di un piccolo gruppo di leader, bensì dalla scelta personale e consapevole di ciascuno di noi. Per cambiare il nostro paese, dobbiamo partire dalle nostre comunità; e perché cambino le nostre comunità, è fondamentale che il cambiamento avvenga in ciascuno di noi", ha detto Peter Balleis SJ, direttore del JRS Internazionale.

Noi possiamo indurre i nostri governi ad accogliere i rifugiati, ma non si aspettino tempi indefiniti perché le decisioni della macropolitica abbiano effetti nella pratica: sia la nostra politica di base ad avviare il processo nelle nostre rispettive comunità.

"Dobbiamo tutti essere capaci innanzitutto di vedere, e poi di aiutare gli altri a vedere, che i migranti non sono un problema da risolvere. Sono fratelli e sorelle che hanno bisogno di aiuto, e dovrebbero essere accolti e amati", ha detto Anthony Mukui, rifugiato kenyano e volontario presso il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati.

Avanti, quindi, non indietro. Iniziando da noi stessi, facciamo in modo che anche i nostri vicini, la nostra comunità aprano le porte a chi arriva. Libereremo così tutto il nostro potenziale, e insieme accoglieremo e difenderemo chi arriverà. Insieme si può.

Per alter informazioni:
Jacquelyn Pavilon
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Note per i redattori:
I programmi del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) operano in oltre 50 Paesi del mondo e offrono assistenza a: rifugiati nei campi profughi e nelle aree urbane, singoli sfollati interni, richiedenti asilo nelle città e nei centri di detenzione. Le principali aree di azione sono l'educazione, l'assistenza in situazioni di emergenza, i servizi sanitari, le attività di produzione di reddito e i servizi sociali.

Alla fine del 2013, il JRS impiegava circa 1.400 membri di staff tra laici, gesuiti e altri religiosi per rispondere ai bisogni educativi, socio-sanitari e di altra natura di quasi 950.000 rifugiati e sfollati interni, più della metà dei quali donne. I servizi sono offerti ai rifugiati indipendentemente dalla loro origine etnica o appartenenza religiosa.





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