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Repubblica centrafricana: una guerra interminabile, sconosciuta
08 febbraio 2017

Gli sfollati nella Repubblica Centrafricana sono lasciati vulnerabili allo scoperto dopo che i loro villaggi sono stati attaccati (Teodora Corral / il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati)
Conosco quel silenzio, il silenzio che segue gli spari e precede la conta delle atrocità, quello che prende a vivere in un angolo nascosto dell’anima.

Bambari, 24 gennaio 2017 - Da alcuni mesi, a Bambari, sentiamo spesso parlare di “personale essenziale/personale non essenziale”. Nuove e sorprendenti categorie dettate da specialisti del mondo umanitario. Siamo parte del “personale non essenziale”, persone che possono essere evacuate in caso di emergenza: quando gli scontri si intensificano o vengono previsti, quando la popolazione vede le ONG andare via sugli aerei delle NU ed è terrorizzata di essere lasciata indietro, in attesa di un nemico che potrebbe attaccare oppure no. E mentre alcuni possono andare via verso destinazioni più sicure, altri devono fare i bagagli e mettersi in cammino, andando a ingrossare le fila degli sfollati accalcati in campi vergognosi, o perdendo la vita lungo il viaggio.

Lo scorso dicembre, tutto il “personale non essenziale” è andato via per un mese. Quanto è triste, povera, interminabile la guerra nella Repubblica Centrafricana: gruppi ribelli oggi alleati domani saranno nemici, le alleanze si formano e si dissolvono, mentre nuove rivalità emergono nella ricerca di un pezzo di terra ricco di diamanti, oro o bestiame. Buoi e vacche hanno più valore degli uomini e delle donne, i diamanti più dei bambini.

Di ritorno a Bambari, nei villaggi circostanti abbiamo visto scene desolanti: case distrutte dalle fiamme, migliaia di nuovi sfollati che dormivano all’aperto, bambini affamati (è così facile dire “bambini affamati”), donne violentate (di nuovo così facile a dirsi)… e gesti commoventi, come quello del capo villaggio che, difronte a una popolazione tre volte più numerosa di prima, e senza alcuna prospettiva di aiuto, ha riunito la sua gente e ha detto: “Oggi, rientrando dalla piantagione, che ognuno di voi porti un tubero per gli sfollati di Bakala”. Tubero dopo tubero, scriveremo una storia di sopravvivenza.

Conosco quel silenzio, il silenzio che segue gli spari e precede la conta delle atrocità, quello che prende a vivere in un angolo nascosto dell’anima. È il silenzio che sentiamo quando la gente ci racconta cosa ha vissuto. Come 25 giovani siano stati rinchiusi in una scuola e uccisi, come le persone siano state costrette a seppellirli lì per lì, in una fossa comune, come non siano neppure riusciti a portare a termine la sepoltura e abbiano dovuto bruciare i corpi rimasti perché i ribelli volevano finire in fretta, come abbiano visto un maiale cibarsi di carne umana. Come una giovane sia stata portata in un angolo a violentata dopo che avevano sparato al fratello ai piedi perché non li disturbasse. Come i ribelli abbiano voluto andare a letto con una donna ed essendosi lei opposta affermando di avere un marito le abbiano detto che erano armati. Come il bambino di un’altra donna dormisse non perché aveva sonno, ma perché era affamato. O come qualcuno abbia dovuto lasciare il fratello più grande a Bakala perché non poteva camminare, così, di notte, doveva tornare al villaggio per portargli da mangiare. Come una donna sia separata dal marito perché aveva sentito degli spari ed era scappata, e adesso sta per partorirne il figlio ed è sola. Come il figlio di un’altra donna abbia ripudiato la moglie dopo che era stata violentata e lei ora non sa dove si trovi. Come i Caschi blu abbiano visto tutto e non abbiano fatto nulla. Come un’altra voglia che il figlio vada a scuola ma la scuola non c’è. Come dormano sul pavimento. Come non abbiano potuto portare nulla con sé e adesso non abbiano nulla…

Racconti di comportamenti umani ignominiosi e obbrobriosi.

E ora è il momento di ricostruire, di continuare a vivere.

Ed eccoci qui ad accompagnare queste persone nel migliore dei modi possibili, senza poterli aiutare molto, con molte domande e molto poche risposte, ripetendoci spesso la poesia dei credenti: “che cosa è mai l'uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell'uomo, perché te ne curi?... di gloria e di onore lo hai coronato” (Sal, 8)… e sognando di quella dignità così lontana e desiderata, per tutti.

Il JRS in missioni di valutazione organizzate dall’OCHA insieme ad altre ONG e agenzie delle NU. È un altro modo di accompagnare, servire e difendere. Vogliamo che il mondo sia consapevole dei danni provocati da questo conflitto anche al sistema educativo. Potremmo scrivere pagine e pagine su questi danni, forse un prossimo articolo.

Teodora Corral, Direttore di progetto del JRS Bambari





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Martina Bezzini
martina.bezzini@jrs.net