Etiopia: nei bambini la speranza per il domani
21 febbraio 2017

Un anziano parla durante uno degli incontri del gruppo di sostegno per persone in età organizzato presso le strutture del JRS nel campo rifugiati di Mai Aini nell’Etiopia settentrionale. (Angela Wells/Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati)
Il solo modo per rimettere in moto le menti, dice, è offrire educazione a chi è riuscito a scappare, e lo spazio per poter pensare criticamente al mondo che le riguarda. Senza educazione, dice, le persone sono di fatto dei “morti viventi”.

Mai Aini, 21 febbraio 2017 - Osmaan* ha trascorso tutta la vita ripartendo sempre da zero. Nato in una famiglia di agricoltori in quella che era l’Etiopia settentrionale, si è poi trasferito nel Sudan per lavorare con alcune compagnie petrolifere statunitensi, trivellando in profondità le aree petrolifere sudanesi.

È stato poi impegnato politicamente nel Movimento di liberazione eritreo ma, sfollato per via della persecuzione decenni più tardi, non crede più nella leadership per cui anni fa aveva lottato. Oggi ¬– che vive in un campo rifugiati etiope – sente che il mondo ha dimenticato la sua gente.

Osmaan descrive la dura realtà del paese più isolato dell’Africa, e uno dei più isolati del mondo poiché “il governo non è nostro. (La leadership eritrea) non ci consentirà mai di vivere in pace: controllano tutto. La legge non può difendere le persone prive di istruzione, e così chiudono deliberatamente l’unica università presente. Stanno lentamente uccidendo la società”.

In Eritrea, riuscire a portare a termine la scuola e conseguire un diploma è come vincere alla lotteria. “Chi è fortunato riesce a finire gli studi, ma il 95% delle persone viene portato all’accademia militare di Sawa arruolato a tempo praticamente indeterminato. In caso di malattia o raggiunta una certa età, si viene cacciati se non addirittura uccisi. Chiunque ponga delle domande al sistema finisce in carcere”, racconta.

Osmaan teme sia purtroppo scomparsa la generazione istruita della sua età e di quella dei suoi figli – a causa della diaspora o perché deceduta. Ormai la generazione più giovane è l’unica speranza del paese.

Il solo modo per rimettere in moto le menti, dice, è offrire educazione a chi è riuscito a scappare, e lo spazio per poter pensare criticamente al mondo che le riguarda. Senza educazione, dice, le persone sono di fatto dei “morti viventi”.

Con ogni probabilità, un giorno la vita di Osmaan si spegnerà mentre è ancora in esilio. Come lui stesso dice, l’unica speranza che intravede per un paese che in passato ha lottato per costruire è nei bambini dei campi.

Angela Wells, ex responsabile della comunicazione del JRS Africa Orientale

Nel campo rifugiati di Mai Aini, il JRS ospita un gruppo di sostegno per gli anziani che vi risiedono

* nome di fantasia





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