Thailandia: rifugiate somale trovano conforto nell’arteterapia
03 settembre 2017

Rifugiate somale usano tempere e stoffa per dipingere il cielo e la bandiera nazionale somala. (Oratip Nimkannon/JRS)
L’arteterapia è uno strumento potente per aiutare gli individui a ricostruire la propria interpretazione della realtà quotidiana ed elaborare i traumi emotivi subiti.

Bangkok, 3 settembre 2017 - Sei donne che indossano hijab coloratissimi siedono in una stanza piena di luce, intingendo i pennelli in vasetti di tempera blu, gialla e nera. Nala*, una giovane di 25 anni, dà un’occhiata al proprio lavoro ¬— i contorni di una figurina magra e scura accennati sulla tela bianca — e un vago sorriso le percorre il viso.

“È mia figlia”, spiega all’altra donna che si fa silenziosa mentre osservano entrambe il dipinto. È la prima volta che Nala, la cui bambina è rimasta in Somalia quando due anni e mezzo fa è scappata a Bangkok, parla del suo passato o della famiglia.

Il gruppo di sostegno, che dura tre mesi ed è gestito dal terapeuta specializzato nel settore Oratip Nimkannon insieme al Programma rifugiati urbani del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, ha riunito queste donne per delle sessioni di arteterapia avviate all’inizio dell’anno per aiutare le richiedenti asilo a elaborare la perdita, dando vita al contempo a un senso di comunità e amicizia.

All’inizio, le prime sessioni hanno suscitato un senso di ansia in molte delle partecipanti, che soffrono di traumi non risolti provocati dalla brutale guerra civile somala durata trent’anni. Successivamente, però, con il susseguirsi degli incontri, le donne hanno cominciato a dipingere e a parlare più apertamente della vita che si sono lasciate alle spalle e delle incertezze del loro futuro.

“Non so dove andrò ad abitare”, ha detto Aaden*, che ha 18 anni e da due aspetta di essere reinsediata in un paese terzo. Il dipinto di Aaden raffigura una casa a un piano con una piccola porta e delle finestre — in forte contrasto con il palazzo imponente e sovrappopolato che attualmente condivide con centinaia di altre famiglie a basso reddito.

Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), in Thailandia, dove decine di richiedenti asilo somali hanno cercato rifugio a causa di un conflitto di lunga durata che dal 1991 ha costretto più di un milione di persone a fuggire attraverso i confini internazionali,  il processo di determinazione dello status di rifugiato può durare fino a sei anni. Dal momento che le possibilità di reinsediamento diminuiscono e l’integrazione locale non è possibile, il futuro è incerto anche per chi ha ottenuto il riconoscimento ufficiale dell’UNHCR.

Da quando è salito al potere nel febbraio 2017, il presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohammed ha dichiarato ufficialmente il paese “zona di guerra” e giurato di sradicare Al-Shabab e altri gruppi ribelli dal fragile stato del Corno d’Africa.

Le rifugiate sono sia vittime sia sopravvissute di tre decenni di instabilità— e la vulnerabilità che le affligge si manifesta nelle loro opere.

In una precedente sessione di arteterapia, Khaadija*, giovane donna di 19 anni, ha chiesto se poteva dipingere un cielo nero in tempesta. Riservata e con una voce delicata, chi la conosce dice che sembra spesso triste come se avesse tanti pensieri per la mente.

“Sopravvivere ad anni di guerra civile e conflitti tra clan ha avuto effetti negativi sulla capacità di molte di queste donne di avere fiducia e sentirsi al sicuro nel mondo”, spiega Nimkannon, terapeuta specializzato in arteterapia presso l’Australian and New Zealand Arts Therapy Association.

Secondo la World Psychiatric Association (WPA), l’arteterapia è uno strumento potente per aiutare gli individui a ricostruire la propria interpretazione della realtà quotidiana ed elaborare i traumi emotivi subiti.

L’arte è sia “una traccia che conduce alla struttura interna del cervello… [sia] un mezzo di potenziale trasformazione”, segnala la WPA.

Gli psichiatri evidenziano anche come gli sfollati soffrano per la perdita delle norme culturali, delle tradizioni religiose e del sostegno sociale che accompagnano la migrazione. Uno studio cui ha preso parte Dinesh Bhugra, professore di Salute mentale e diversità presso il  King’s College di Londra, ha sottolineato come in mancanza di aiuto le situazioni di stress aumentino il rischio di malattie mentali.

In Somalia, dove i rapporti tra i clan e le complesse strutture di parentela dominano la vita sociale collettiva, l’assenza dei propri cari può essere particolarmente devastante.

“L’interazione sociale è un elemento importante che purtroppo non è presente nella vita di molte giovani richiedenti asilo a Bangkok”, ha detto Nimkannon, che spiega anche come lo spazio sicuro offerto dall’arteterapia aiuti la guarigione psicologica.

immagini della propria casa, mentre in sottofondo risuonano famose canzoni somale, fa sì che il chiacchiericcio tranquillo delle donne sembri lontanissimo da quello delle violenze sanguinarie tra clan in corso in Somalia, dove da quando trent’anni fa il paese è entrato nel caos è morto più o meno mezzo milione di persone.

“Le donne hanno trovato conforto nel farsi reciprocamente compagnia, hanno imparato a parlare delle proprie necessità e ad avere fiducia nei terapeuti e le une nelle altre”, ha detto Nimkannon.

“Anche se le sessioni non sono sufficienti a provocare un cambiamento durevole, alle donne è stato restituito un po’ di controllo sulle loro vite”.

- Elphie Galland, responsabile per l’advocacy e la comunicazione del JRS Asia del Pacifico

*I nomi sono stati cambiati per proteggere l’identità delle persone





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