Bangladesh: “Vi chiedo perdono” dice Papa Francesco ai rifugiati rohingya
04 dicembre 2017

Papa Francesco con i rifugiati rohingya in occasione dell'Incontro interreligioso ed ecumenico per la pace di Dhaka, Bangladesh. (Aijaz Rahi/AP Photo)
"A coltivare una apertura del cuore, in modo da vedere gli altri come una via, non come un ostacolo". Papa Francesco

Dhaka, 4 dicembre 2017 – Lo scorso venerdì, dopo essersi incontrato con 16 rifugiati rohingya fuggiti dalla persecuzione nel proprio paese e attualmente ospitati nei campi di Cox's Bazar, distretto del Bangladesh che confina con il Myanmar, Papa Francesco ha espresso solidarietà alla popolazione rohingya e ha invocato la riconciliazione.

"A nome di tutti, di quelli che vi perseguitano, di quelli che hanno fatto del male, soprattutto per l’indifferenza del mondo, vi chiedo perdono", ha detto il Santo Padre dopo aver ascoltato le loro tragiche storie, ribadendo ancora una volta che i rifugiati "sono immagine del Dio vivente". Si è quindi appellato a tutti i credenti e alle persone di buona volontà dovunque si trovino con le parole "Non chiudiamo i cuori, non guardiamo dall’altra parte. La presenza di Dio, oggi, anche si chiama “Rohingya”. Continuiamo a far loro del bene, ad aiutarli".

L’Incontro interreligioso ed ecumenico per la pace si è tenuto nel giardino della residenza dell'Arcivescovo di Dhaka in occasione del quale il Santo Padre ha incontrato leader religiosi musulmani, induisti, buddisti e cristiani di altre confessioni.

Momento particolarmente significativo della visita di Papa Francesco in Bangladesh è stato quello in cui ha parlato della necessità di collaborare alla formazione di una cultura di incontro, di dialogo e cooperazione che "ci esorta a coltivare una apertura del cuore, in modo da vedere gli altri come una via, non come un ostacolo".

Mettersi in rapporto con l’altro non significa un semplice scambio di idee; vuol dire piuttosto condividere la nostra  specifica identità religiosa, con costante umiltà, onestà e rispetto. "Quanto ha bisogno il mondo di questo cuore che batte con forza, per contrastare il virus della corruzione politica, le ideologie religiose distruttive, la tentazione di chiudere gli occhi di fronte alle necessità dei poveri, dei rifugiati, delle minoranze perseguitate e dei più vulnerabili".

Parlando alla Radio Vaticana, p. Mark Raper SJ, nel Myanmar, ha detto che l'approccio del Pontefice ha dato della Chiesa cattolica – nel Myanmar minoritaria sul piano religioso – una bella "immagine di delicatezza e compassione, priva di giudizio – ma colma di accompagnamento, ascolto e apprendimento".

Padre Raper ha voluto evidenziare il rispetto che la popolazione del Myanmar ha per tutte le religioni, ponendo in risalto il fatto che le difficoltà di ordine sociale percepite dal mondo esterno vanno attribuite a profonde ostilità di natura etnica.

Sono oltre 600.000 i rifugiati rohingya riparati dallo scorso agosto nel Myanmar attraverso il confine con lo Stato Rakhine, molti dei quali sono minori non accompagnati. Il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati è impegnato, in collaborazione con la Chiesa del Bangladesh, con la Caritas Bangladesh, e con le comunità gesuite locali, nel rispondere alle necessità della popolazione rohingya.

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