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Europa: Il trucco magico dell'accordo tra UE e Turchia
24 marzo 2018

Ragazzo avvolto in una coperta termica, a pochi minuti dall'approdo di un gommone pieno di rifugiati e migranti con cui il 29 gennaio 2016 è arrivato all'isola greca di Lesbo. (Darrin Zammit Lupi/JRS Europa)

Bruxelles, 24 marzo 2018 – Questa settimana ricorre il secondo anniversario del cosiddetto accordo UE-Turchia. Gli Stati europei e le istituzioni dell'Unione Europea presentano l'accordo come un passo che in misura straordinaria, quasi magicamente, è riuscito a ridurre il numero di migranti forzati in arrivo quotidianamente in Europa. Purtroppo, però, la vera magia dell'accordo è quella di essere riuscito a rendere invisibili lungo i confini europei la loro sofferenza e l'ingiustizia di cui sono vittime. Sofferenza e ingiustizia che non sono diminuite, anzi sono diventate ancora più gravi, proprio mentre grazie all'accordo i politici hanno ora una giustificazione alla propria inerzia.

La dichiarazione UE-Turchia, adottata dagli Stati membri dell'UE e dalla Turchia il 18 marzo 2016, costituisce l'accordo in base al quale la Turchia si è impegnata a riammettere tutti i migranti irregolari sbarcati sulle isole greche provenienti dai litorali turchi. A loro volta, gli Stati europei si sono impegnati a reinsediare un rifugiato siriano proveniente dalla Turchia per ogni siriano rientrato dalla Grecia. Molto si è detto sullo scarso valore legale dell'accordo, che si scontra con i principi giuridici che sono alla base del divieto di operare allontanamenti o respingimenti collettivi sulle linee di confine. Gli arrivi sulle isole greche hanno subito un calo improvviso. Un minor numero di persone ha perso la vita tentando la traversata (in quanto è partito un numero minore di persone). Emergenza risolta. Legale o no, il fine giustifica i mezzi. I politici europei e nazionali hanno cominciato a studiare come poter replicare l'accordo altrove. L'Italia ha firmato un memorandum di cooperazione con la Libia; di recente, la Spagna ha sollecitato un accordo UE-Marocco.

Preoccupa moltissimo su più piani il fatto che dopo solo due anni i politici sembrino incapaci di concepire una realtà che non contempli l'accordo UE-Turchia. Ciò dà spazio innanzitutto a un'esternalizzazione delle responsabilità per quanto riguarda la protezione dei migranti forzati. Con il pretesto di salvare le persone dall'annegamento, collaboriamo con paesi che hanno precedenti a dir poco preoccupanti in fatto di rispetto dei diritti umani, con il risultato che le persone non possono riparare in Europa. Esiste ampia documentazione di abusi come il lavoro minorile in Turchia, del commercio di schiavi in Libia e di stupri e violenze ai danni delle donne. È questo l'inferno cui costringiamo la gente a rimanere o a ritornare. Si direbbe che a furia di ripetere che non ne siamo responsabili, finiamo col crederci davvero.

L'emergenza, poi, è tutt'altro che finita. Certo, gli arrivi sono diminuiti, ma le persone continuano a morire sui confini esterni dell'UE. Nei soli due primi mesi e mezzo del 2018, si sono registrati almeno 446 decessi. Quelli che riescono a sbarcare sulle nostre coste, per lo più non trovano un'accoglienza calorosa. Si lotta sempre ancora per la sopravvivenza in condizioni drammatiche nelle isole greche. I governi si rifiutano di trasferire le persone sulla terraferma, perché in base all'accordo UE-Turchia, quest'ultima si riprende esclusivamente quelle che provengono dalle isole. Intanto gli altri governi europei guardano altrove e rimangono in silenzio, probabilmente nel timore che se criticano la Grecia per le condizioni in cui sono costretti a vivere i richiedenti asilo sulle isole, gli verrà chiesto di contribuire reinsediando una parte dei migranti nei rispettivi paesi. Lungo altri confini esterni europei, come ad esempio in Spagna o Croazia, c'è ancora chi rimane ferito attraversando le barriere perché gli viene negato l'accesso alle procedure di asilo ed è respinto, sempre sotto lo sguardo indifferente dei media e dei politici.

Purtroppo non c'è magia al mondo che riesca ad annullare la realtà dello sfollamento forzato. Possiamo e dovremmo combatterne le cause profonde, ma ci vorrà tempo. Intanto dobbiamo accettare che ci siano persone che approdano sempre ancora in Europa in cerca di sicurezza. Dobbiamo invertire la logica dell'accordo UE-Turchia e lavorare perché si giunga a un sistema migratorio che accolga e protegga le persone anziché respingerle. Invece di scendere a compromessi con i principi che sono alla base dei diritti umani, dobbiamo investire energia creando percorsi legali, come quelli del reinsediamento, delle politiche di ricongiungimento familiare più generose, e dei visti umanitari. Dobbiamo investire in politiche inclusive e puntare seriamente a una società coesiva per il bene di tutti, rifugiati ed europei. L'Europa può diventare uno spazio di ospitalità per i rifugiati. L'esperienza maturata dal JRS in molti paesi europei dimostra che i cittadini europei stanno già dando vita a un'Europa ospitale. Ora è la politica che deve seguire l'esempio.

- Traduzione in italiano dell'editoriale di Claudia Bonamini, responsabile per le politiche e l’advocacy, Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati - Europa






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Martina Bezzini
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