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Angola: 17 anni dopo
17 luglio 2018

P. Smolich SJ insieme a personale del JRS a Dundo, Angola. (JRS)

Luanda, 17 luglio 2018 – Diciassette anni fa ho fatto visita ai gesuiti in Angola. Mentre eravamo diretti a una casa per ritiri alla periferia di Luanda, abbiamo fatto sosta a Viana, zona rurale dove il JRS lavorava con i rifugiati provenienti dal Ruanda e dal Congo, oltre che con gli angolani sfollati a causa della guerra civile in corso.

A distanza di 17 anni, sono ritornato in visita. Nel 2018, Viana è parte di una Luanda in disfacimento: una comunità povera dove si mescolano angolani e rifugiati – e il JRS è ancora lì, presente.

Accompagniamo i ruandesi rimasti. Chi l'ha potuto fare, se n'è andato ormai da tempo. A Viana, qualche centinaio dei 4.500 ruandesi che due anni fa hanno perduto lo status di rifugiati per decreto governativo, sono ormai troppo vecchi, troppo poveri, malati di tubercolosi, infezioni da HIV e, a completare il quadro, affetti da malattie mentali.

Non possono tornare a casa, perché chi inizialmente li ha portati in Angola governa sempre ancora il Ruanda. Privati del loro status giuridico, per loro non esistono che lavoretti per la maggior parte di fortuna, che consentono una vita di mera sopravvivenza. Da parte nostra, cerchiamo di rispondere alle loro necessità più immediate, ma non sempre ci riusciamo.

Visito una fila di piccole stanze, forse una decina in tutto. Il JRS vi ospita persone anziane che non hanno chi si prenda cura di loro. Quando muoiono, il JRS si fa carico delle spese di inumazione. La lista di attesa è lunga, le stanzette raramente vuote.

Incontriamo la comunità per un'ora in un centro di proprietà governativa che vorremmo ristrutturare. Ascoltiamo storie di fame, disoccupazione, problemi di salute insormontabili, con spese che non si riescono a sostenere. Stringiamo le mani ai presenti, facciamo del nostro meglio per ascoltare tutti; il personale del JRS cerca di soddisfare alcune prescrizioni mediche. La comunità è felice di vederci; nessuno parla di ciò che sarà il domani.

Riconosco che tendo a parlare di energie profuse e risultati ottenuti. Mi piace visitare le classi scolastiche, partecipare a incontri di riconciliazione, scambiare idee con il personale su programmi che cambiano la vita alle persone.  Credo nel Regno di Dio che si va realizzando qui sulla terra.

Parlare di quel Regno di Dio ai vecchi dalla faccia bruciata dal sole e dal vento sarebbe mentire.  È missione del JRS accompagnare i più vulnerabili, i più dimenticati. A nessuno di noi è chiesto di fare "il meglio", semmai di fare quanto di meglio è nelle nostre capacità.

Nelle parole del teologo gesuita Jon Sobrino, Gesù è vivo nei poveri; ed è nostro compito far scendere i poveri dalla croce. A volte, però, il Regno di Dio vuol dire stare ai piedi della croce in preghiera, in attesa, offrendo ciò che abbiamo.

Questa è Viana, ed è per questo che il JRS è sempre ancora lì.

–p. Thomas Smolich SJ, direttore internazionale del JRS





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Martina Bezzini
martina.bezzini@jrs.net