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Mondo – La festa di sant'Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù
31 luglio 2018

Ignazio di Loyola nel ritratto opera di Jusepe de Ribera. (Jesuit Institute)

Roma, 31 luglio 2018 – Nel 1551, sant'Ignazio inviò otto gesuiti a Ferrara con l'incarico di avviare l'attività del nuovo collegio gesuita fondato in quella città. A qualche settimana dal loro arrivo, il nuovo rettore del collegio, Jean Pelletier, ricevette una lettera dallo stesso sant’Ignazio in cui questi descriveva il modo di procedere gesuita nel caso si dovesse prestare aiuto a qualcuno. Esponeva una serie di suggerimenti specifici, come quelli di visitare i detenuti nelle carceri, confortare gli ammalati negli ospedali, e così via. In conclusione precisava: 

"Sebbene qui sono proposti molti modi di aiutare il prossimo e numerose opere pie, sia la discrezione la vostra guida nelle scelte da operare, in quanto sono certo che non potrete farvi carico di tutte. Dovete sempre tenere presente il migliore servizio di Dio, il bene comune, e la reputazione della Compagnia".

Molta della retorica politica che ascoltiamo sui rifugiati non parla del "quanto più", bensì del "quanto di meno". I rifugiati sono rappresentati come minacce alla sicurezza, pesi economici, o invasori culturali; tenerli fuori, chiudendo le nostre frontiere e costruendo muri sono modi per limitare le nostre responsabilità, restringere i nostri orizzonti, e minimizzare i nostri obblighi verso chi è meno fortunato di noi. Sant’Ignazio, al contrario, ci direbbe di agire con la generosità di Gesù, che ha dato tutto, persino la vita stessa, perché gli altri potessero avere la vita, una vita da vivere in tutta la sua pienezza.

Quanto spesso sentiamo parlare di bene comune quando l'oggetto del discorso sono i rifugiati? Si è invogliati a ritirarsi in una logica che vuole si difenda innanzitutto i nostri simili, che si tratti della nostra famiglia, dei nostri concittadini, o di chi condivide la nostra religione. Nell'appellarsi al bene comune, sant’Ignazio ci rammenta che la moralità è in qualche modo assimilabile a un ecosistema: se cominciamo a escludere o emarginare i più deboli e vulnerabili, palesemente per proteggere coloro che ci sono più vicini, nei nostri rapporti si insinua un sorta di declino morale che contamina tutte le nostre motivazioni. Come ci dice il Vangelo, la domanda "Chi è il mio prossimo?" è solo un altro modo astuto di porre un limite ai miei obblighi; chiedersi "Di chi posso essere il prossimo?", invece, allarga gli orizzonti della mia etica, spalancando un universo morale.

Quando p. Pedro Arrupe fondò il JRS, disse che i rifugiati avrebbero portato grandi benedizioni alla Compagnia di Gesù. Se la Compagnia non vuole venir meno alla propria reputazione e contare queste benedizioni, deve necessariamente chiedersi: cosa significa essere amici dei poveri, cosa significa essere al servizio dei bisognosi, cosa significa essere voce per chi non ne ha? Ricorrendo la festa di sant’Ignazio di Loyola, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati riafferma il proprio impegno nei confronti degli esiliati e degli emarginati di questo mondo accompagnando, servendo, e difendendo la causa dei rifugiati.

- P. Aloysius Mowe, direttore internazionale per l'advocacy e la comunicazione





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Martina Bezzini
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