Dispatches è un bollettino quindicinale dell'Ufficio Internazionale del JRS inviato via e-mail, che pubblica notizie riguardanti i rifugiati, comunicati stampa, articoli di approfondimento e aggiornamenti sui progetti in corso inviati dal nostro personale sul campo.


  Europa: controlli frontalieri e tutela dei diritti umani

 
Operazioni di controllo frontaliero condotte da Frontex sul confine greco. (FRONTEX)

 
La proposta legislativa per l'istituzione dell'EUROSUR è stata presentata dalla Commissione Europea come strumento puramente tecnico, mentre invece si tratta di una questione decisamente politica che comporta implicazioni di vasta portata sui diritti fondamentali dei migranti e richiedenti asilo.  

Bruxelles, 11 luglio 2012 – In una lettera indirizzata alla Commissione per le libertà civili del Parlamento Europeo, un gruppo di ONG che si battono per il rispetto dei diritti umani ha espresso preoccupazione a che la progettata istituzione di un Sistema europeo di sorveglianza delle frontiere (EUROSUR) manchi di assicurare le debite tutele ai richiedenti asilo che cercano protezione nel continente.

Nel corso dei prossimi mesi, la Commissione per le libertà civili prenderà in esame la proposta di regolamento portata al vaglio dalla Commissione Europea per l'istituzione dell'EUROSUR, premessa a un sistema integrato di gestione delle frontiere esterne in cooperazione con l'agenzia frontaliera europea Frontex.

Sulla lettera si legge che "la proposta legislativa per l'istituzione dell'EUROSUR è stata presentata dalla Commissione Europea come strumento puramente tecnico, mentre invece si tratta di una questione decisamente politica che comporta implicazioni di vasta portata sui diritti fondamentali dei migranti e richiedenti asilo".

Precisa il senior advocacy officer del JRS Europa, Stefan Kessler: "Chiediamo con forza ai membri del Parlamento Europeo di far sì che agli organismi di gestione delle frontiere di recente proposti, come l'EUROSUR, l'Eurodac e Smart borders, non sia consentito trasformare confini marittimi e terrestri in zone a stretta sorveglianza a detrimento dei diritti fondamentali. Vorremmo che all'interno del sistema di sorveglianza frontaliera EUROSUR siano assicurate tutele legali a garanzia del rispetto dei diritti fondamentali di tutti i migranti e richiedenti asilo".

"La proposta legislativa, che si pone come obiettivo una maggiore presa di coscienza  della situazione e un'accresciuta capacità di reazione degli Stati Membri e di Frontex nel prevenire l'immigrazione irregolare e i reati transfrontalieri ai confini esterni terrestri e marittimi d'Europa, non contempla sufficienti tutele per i migranti e non giustifica una pressante esigenza di così onerosi sistemi di sorveglianza in un momento come questo di austerità economica pan-europea".

Preoccupazioni. Nella lettera, le ONG hanno esposto sette motivi per cui la proposta della Commissione Europea sarebbe incompatibile con il principio dei diritti umani. Secondo le ONG, essa:
  • assimila la lotta al crimine transfrontaliero alla migrazione irregolare;
  • verosimilmente non riuscirebbe a prevenire l'immigrazione irregolare;
  • non prevede efficaci tutele dei diritti fondamentali dei richiedenti asilo;
  • non obbliga in alcun modo Frontex o EUROSUR a ricercare o a provvedere al salvataggio di migranti in difficoltà;
  • respinge la responsabilità dell'UE verso paesi terzi, con conseguente esternalizzazione delle politiche frontaliere;
  • non garantisce sufficiente protezione dei dati personali; e
  • limita le funzioni del Parlamento Europeo.
Per una copia integrale della lettera delle ONG, vedi: http://jrseurope.org/news_releases/JRSJointletterEurosur090712.pdf

Globale: nuovo record numerico di rifugiati che fruiscono dei servizi del JRS

 
L'istruzione rimane il caposaldo dell'attività del JRS, tenuto conto che ne fruiscono quasi 250.000 persone in 29 paesi. (Peter Balleis SJ/JRS)

 
La scelta dell'ospitalità esige dal personale del JRS che si batta per ottenere alternative alla detenzione, contrasti la xenofobia e tutte le forme di esclusione, e lavori per dar vita a comunità inclusive.  

Roma, 17 luglio 2012 – Stando alle cifre pubblicate nell'ultimo rapporto annuale del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, nel 2011 il numero degli sfollati con la forza che hanno fruito dell'opera di questa organizzazione è salito di circa il 10 percento. Tenuto conto dei dati più recenti, il numero totale delle persone beneficiate ha superato, come mai prima nella storia del JRS, le 700.000 unità.

I dati confermano che l'istruzione rimane il caposaldo delle attività del JRS, se si calcola che ne fruiscono 250.000 persone in 29 paesi attraverso diversi progetti che vanno dalla scuola primaria all'educazione di terzo livello, oltre a corsi di formazione attitudinale, lingue e computer. Seguono le attività psicosociali, con oltre 220.000 persone assistite in più di 40 paesi. Nel rapporto sono riportati i dati riferiti anche ad altre categorie di progetti, vale a dire di pastorale, interventi di emergenza, assistenza sanitaria, advocacy/protezione e sussistenza.

Rispondendo all'inasprirsi dei conflitti e sempre più frequenti catastrofi naturali, il JRS ha inaugurato nuovi progetti, in altre parole ha raggiunto nuove frontiere, in Africa e Asia. Nel 2011, il JRS aveva gestito un modesto progetto dedicato ai richiedenti asilo bloccati in Tunisia dopo la fuga dai disordini esplosi qualche tempo prima in Libia, dove avevano inizialmente cercato rifugio. Sono stati avviati progetti per sfollati interni (IDP) nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo, afflitta da instabilità cronica ed eterne situazioni di conflitto. Il JRS ha inoltre avviato progetti di assistenza alle persone sfollate da inondazioni e dal tifone Sendong, nell'Asia del Pacifico, oltre che dalla carestia imperante nell'Africa Orientale.

Pur essendo il numero degli sfollati con la forza in costante aumento, i gruppi del JRS stanno portando a termine progetti in Burundi, Repubblica Dominicana, Nepal, e Sud Sudan, per citarne alcuni.

Foci. Il Rapporto 2011 insiste su quattro argomenti in particolare: nuove frontiere, istruzione, ospitalità in azione, e accompagnamento, dando al JRS occasione di riflettere sul lavoro fin qui svolto e fissare la linea di azione per l'anno a venire.

I progetti educativi del JRS sono diversificati, e il Rapporto affronta il tema dell'istruzione sotto i profili della protezione, della scolarizzazione nelle aree urbane, della formazione attitudinale e delle migliori pratiche. Particolare attenzione è dedicata all'accesso preferenziale riservato alle ragazze, come illustrato dalle storie provenienti da Afghanistan, Repubblica Centrafricana, Ciad e Sud Sudan.

La decisione del JRS di mettere maggiormente in luce la propria opera in fatto di ospitalità è conseguente a un appello espresso, in occasione del trentesimo anniversario dell'organizzazione celebrato nel 2010, dal Superiore Generale dei gesuiti, p. Adolfo Nicolás SJ: "Mi chiedo, come può il JRS svolgere opera di advocacy e promuovere più attivamente il valore evangelico dell'ospitalità nel mondo d'oggi, connotato da confini chiusi e da una crescente ostilità nei confronti degli stranieri?".

Oltre a fare sì che le persone sfollate si sentano bene accolte, l'ospitalità implica anche la tutela del loro diritto alla protezione, nonché aiuto a integrarsi nella comunità ospitante, a condurre una vita dignitosa libera da indigenza e a disporre di quel tanto che consenta di far fronte alle necessità della famiglia. La scelta dell'ospitalità esige dal personale del JRS che si batta per ottenere alternative alla detenzione, contrasti la xenofobia e tutte le forme di esclusione, e lavori per dar vita a comunità inclusive.

Nell'adattarsi alle esigenze sempre nuove delle popolazioni rifugiate e sfollate, l'opera di accompagnamento è di fondamentale importanza per l'ospitalità, e può assumere svariate forme. Nel Rapporto annuale si esamina il tema dell'accompagnamento in situazioni di detenzione, nei campi rifugiati e nei centri urbani.

Per una copia del Rapporto Annuale 2011 del JRS, vedi https://www.jrs.net/assets/Publications/File/ar2011it1.pdf


Malta: ONG chiedono con forza al governo che avvii un'indagine indipendente sulla morte di un immigrato detenuto

 
Gruppo di circa 260 migranti arriva a Marsaxlokk, tradizionale villaggio di pescatori sulla costa sudorientale di Malta (Darrin Zammit Lupi/Times of Malta)

 
Ci preoccupa il fatto che la politica espressa dal governo e dai principali partiti di opposizione ha contribuito alla disumanizzazione dei richiedenti asilo, con conseguenze che si possono definire raccapriccianti  

La Valletta, 3 luglio 2012 – In seguito alla tragica morte, il 30 giugno scorso, di un immigrato maliano, Mamadou Kamara, ospite di un centro di detenzione, nove ONG maltesi hanno espresso condanna per le violenze inflittegli da parte di funzionari dello stato.

Nella dichiarazione rilasciata il 1° luglio dalle ONG, tra cui il JRS, si legge: "Sconcertati e rattristati dalla tragica fine di Mamadou Kamara avvenuta il 30 giugno 2012 nel Centro di detenzione (DS) dove si trovava sotto custodia, noi sottoscritte ONG  esprimiamo esplicita condanna per questo atto di violenza e ci appelliamo al governo [maltese] perché compia tutti i passi necessari a far sì che questo decesso, non il primo a verificarsi in simili circostanze, sia l'ultimo".

Stando a quanto riferiscono i media, il venerdì pomeriggio Mamadou aveva cercato di fuggire dal centro di detenzione. Catturato da agenti del centro, nel rispetto degli  standard operativi per questi casi, nelle prime ore di sabato 30 giugno era stato trasferito al Policlinico Paola, ma al suo arrivo ne era stato constatato l'avvenuto decesso conseguente a numerose ferite all'addome e ai lombi, presumibilmente imputabili a pesanti percosse.

"Riteniamo che questo e altri violenti incidenti avvenuti nel corso degli anni provino che il sistema ricettivo iniziale di Malta nel corso degli anni si è dimostrato più volte fallimentare, e che i costi della politica di detenzione obbligatoria superano di gran lunga i potenziali benefici per tutte le parti in causa", è quanto ha dichiarato la dottoressa Katrine Camilleri, direttore del JRS Malta.

Ci preoccupa il fatto che la politica espressa dal governo e dai principali partiti di opposizione ha contribuito alla "disumanizzazione" dei richiedenti asilo, con conseguenze che si possono definire raccapriccianti.

Gli obblighi assunti da Malta in fatto di diritti umani esigono che i funzionari in causa nell'incidente siano chiamati a rispondere delle proprie azioni – anche se riteniamo che ciò di per sé non sia sufficiente.

A sua volta, il direttore della Aditus Foundation, dott. Neil Falzon ha tenuto a precisare: "Malta ha il dovere di assicurare che tutte le persone private della libertà personale, quale ne sia il motivo, siano efficacemente tutelate contro ogni punizione o trattamento crudele, inumano o degradante. Va salvaguardato il loro diritto alla vita, e qualsiasi presunta violazione deve essere oggetto di indagine, e i colpevoli affidati alla giustizia. Ciò che conta è che qualsiasi mancanza o errore di parte istituzionale vada presa nella giusta considerazione in modo da prevenire ogni possibile futura violazione".

"Ci appelliamo, quindi, all'Ufficio del Primo Ministro perché dia prova del proprio concreto impegno a che tutte le persone siano trattate con pari rispetto e dignità, assicurando che l'indagine in corso sia realmente indipendente ed efficace, e che gli esiti, le raccomandazioni e ogni azione significativa da essa derivanti siano resi di pubblico dominio; effettuando una revisione globale e completa delle politiche maltesi relative alla detenzione obbligatoria, prevedendo l'applicazione di alternative non restrittive della libertà per i richiedenti asilo e immigrati in posizione irregolare, di cui non si veda alcuna o scarsa possibilità di allontanamento; intervenendo con sollecitudine e decisione nel porre in atto le raccomandazioni espresse in seguito alle indagini svolte sugli incidenti in questione; e potenziando il mandato e la capacità d'agire del Detention Visitors Board, organo istituito per legge con il compito di monitorare le condizioni in cui vivono i detenuti, di svolgere l'oneroso compito affidatogli, non da ultimo facendo sì che le proprie raccomandazioni divengano vincolanti per il Comandante del Servizio detentivo".

ONG firmatarie. Aditus foundation, JRS Malta, SOS Malta, Integra Foundation, Migrants Network for Equality, Emigrants' Commission, GetUpStandUp, Organisation for Friendship in Diversity, KOPIN, Foundation for Shelter and Support to Migrants.

Per maggiori informazioni, contatta:
Dott.ssa Katrine Camilleri +356 7985 8099
Dott. Neil Falzon +356 998 92 191


Giordania: offrire istruzione in situazioni di emergenza

 
Bambini fanno gioiosamente a gara per farsi dipingere il viso durante un incontro tra famiglie siriane e irachene ad Amman, Giordania (JRS)

 
Essendo tanti i bambini che soffrono a causa del trauma subito, la speranza è quella di ripristinare una parvenza di ordine nelle loro esistenze attraverso attività didattiche informali.  

Amman, 9 luglio 2012 – Con il sempre più massiccio arrivo di siriani in Giordania dovuto al deterioramento delle condizioni di sicurezza nel loro paese, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati ha esteso il suo ultimo progetto, offrendo istruzione di emergenza a bambini e adolescenti.

Secondo l'agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR), dall'inizio dell'esodo nel marzo scorso sarebbero stati quasi 30.000 i siriani registrati presso la loro struttura. Per rispondere al deteriorarsi della situazione, molte ONG, organizzazioni a base comunitaria, organizzazioni umanitarie locali e agenzie delle NU hanno coordinato gli sforzi per fornire l'assistenza di emergenza necessaria ai siriani in arrivo in Giordania.

I gruppi del JRS non sono diversi: operano infatti a stretto contatto con tutta una varietà di gruppi della società civile sul campo per distribuire generi alimentari di emergenza  e articoli di prima necessità  a circa 170 famiglie, per un totale di pressappoco 1.000 persone.

Di pari importanza nell'ambito della risposta all'emergenza, ma spesso trascurata, è l'offerta didattica. Al progetto di istruzione informale del JRS ad Ashrafiyeh, quartiere operaio di Amman, partecipano ora più di 100 bambini e adolescenti siriani. Molti di loro sono rimasti chiusi in casa fin dal loro arrivo in Giordania, hanno avuto poche occasioni di interagire con gli altri e sono stati costretti a interrompere del tutto gli studi.

Ripristinare la normalità. Essendo tanti i bambini che soffrono a causa del trauma subito, la speranza è quella di ripristinare una parvenza di ordine nelle loro esistenze attraverso attività didattiche informali. Le attività ricreative quotidiane, quelle artistiche e le lezioni di lingua per principianti assoluti aiutano a creare un ambiente sicuro e prevedibile per questi bambini.               

Un recente incontro sociale organizzato per famiglie siriane e irachene è stato un buon modo per incontrarsi oltre i confini delle abitazioni temporanee e di conoscersi liberamente gli uni con gli altri. Per i bambini, intrattenuti per ore da clown e prestigiatori,  erano state organizzate una serie di attività – da mesi nelle loro vite mancava la gioia semplice di una giornata spensierata.

"Vedere tutti quei bambini siriani così contenti mi ha ricordato l'universalità del'infanzia. Ai bambini di tutto il mondo piace colorarsi il viso, ed è stato commovente vederli divertirsi tanto",  ha commentato un membro del personale del JRS, Mike Skrak.

Al momento, il JRS è attivamente in contatto con 150 famiglie siriane ad Amman, cui fornisce assistenza di emergenza. Nella Giordania settentrionale, dov'è ospitata la maggior parte dei siriani, i nostri gruppi proseguono le visite alle famiglie mentre continua il processo di determinazione delle necessità.

Quelle più impellenti riguardano il denaro per l'affitto, il vitto e i prodotti igienici per le donne e i bambini, ha spiegato Laith Eskandar, coordinatore del gruppo di visite alle famiglie del JRS.

Fino ad ora, la maggior parte dei siriani si è concentrata nella regione settentrionale attorno alle città di Irbid, Ramtha e Mafraq, dove hanno ricevuto assistenza.


Tunisia: i rifugiati hanno bisogno di essere reinsediati

 
Una rifugiata sudanese saluta gli amici nel campo Shousha. Ha accettato, insieme alla sua famiglia, il reinsediamento in Norvegia. (UNHCR/ R Nuri)

 
Tornare in Libia ora non è un'opzione percorribile. Gli africani sub-sahariani vengono messi in detenzione e torturati.  

Oxford, 5 luglio 2012 – La Tunisia sta vivendo una fase di cambiamento politico, sociale ed economico di ampie proporzioni, e deve essere assolutamente aiutata ad affrontare il peso di quanti vi si rifugiano in fuga dalla Libia senza essere in condizioni di tornare nei rispettivi paesi di origine.

I paesi che confinano con la Libia non erano in condizioni di fornire più che un rifugio temporaneo alle tante persone che avevano vissuto più volte lo sfollamento dai paesi di origine e da precedenti nazioni ospitanti.

"Sono molto contenta, ma anche inquieta" racconta Tigi1, una ragazza eritrea di 21 anni che vive nel campo Shousha, nella Tunisia meridionale, fin dai primi giorni della guerra in Libia, e che è stata selezionata per un programma di reinsediamento in Australia. Tigi1 è fuggita dal suo paese quando aveva 15 anni, riparando prima nel Sudan e poi in Libia.

"La vita in Libia era molto difficile. Lavoravo con domestica", soggiunge.

Musse è stato meno fortunato. Anche lui eritreo, si è visto respingere la richiesta di reinsediamento sia in Norvegia, sia negli Stati Uniti, e la sua vita è tutta un'attesa.

"Tornare in Libia ora non è un'opzione percorribile. Gli africani sub-sahariani vengono messi in detenzione e torturati", spiega.

Fra i suoi amici qualcuno è tornato in Libia per imbarcarsi alla volta dell'Europa.

"Ora sono in Italia. Qui al campo c'era tanto da aspettare e loro hanno deciso per una soluzione più rapida. Siamo giovani, ma il tempo è contro di noi", prosegue.

Parlando con questi giovani, ci si rende conto di quanti siano pronti a rischiare la vita su una barca per Lampedusa o per Malta. Per molti l'alternativa è Shousha, e quindi pensano di aver poco da perdere.

Per le famiglie con bambini piccoli, i minori non accompagnati, le persone gravemente malate e altri soggetti in condizioni di vulnerabilità rimanere a lungo nel campo di Shousha pone tutta una serie di rischi non indifferenti. Al momento, per i rifugiati che si trovano lì il reinsediamento è l'unica soluzione durevole realistica. In fatto di spazi di reinsediamento per i rifugiati del campo Shousha, i paesi europei hanno dato finora risposte limitate, e la maggior parte dei rifugiati sono stati reindirizzati negli Stati Uniti.

La maggiore durata del processo per il reinsediamento negli Stati Uniti (6-12 mesi prima della partenza sono la norma) mette i soggetti vulnerabili in condizioni di indubbia  difficoltà. Per di più, alcuni rifugiati del campo Shousha non potranno inoltrare domanda di reinsediamento negli Stati Uniti a causa delle restrizioni previste per chi sia sospettato di affiliazione a determinati gruppi di opposizione.

Per questi soggetti è necessario trovare delle alternative.

Delle persone bloccate a Shousha, sono sempre più numerose quelle che tornano in Libia, nonostante i gravi rischi cui vanno incontro, con l'intenzione di imbarcarsi alla volta dell'Europa affrontando un viaggio pieno di rischi.

Thomas, che viene dalla Nigeria, dice: "Arrivare a Lampedusa è una questione di fortuna. Se ti va male, pazienza; se invece ce la fai, tanto meglio2. Nella vita bisogna avere il coraggio di continuare ad andare avanti. Qui siamo bloccati... ma come facciamo a tornare in Nigeria a mani vuote? Le nostre famiglie hanno pagato perché noi potessimo guadagnare denaro da mandare a casa. Se almeno potessimo tornare a casa con un po' di soldi, non ci vergogneremmo".

Se l'Organizzazione internazionale per le migrazioni e l'Agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR) fornissero una qualche forma di assistenza finanziaria ai migranti, oltre all'assistenza in termini di trasporto e documentazione, sarebbe per loro più facile scegliere di tornare a casa.

Data la vicinanza alla regione interessata e il fatto che in paragone posseggono maggiori risorse, gli stati UE dovrebbero assumere un ruolo di primo piano nella risposta alla terribile condizione di questi rifugiati. Gli stati UE hanno una pesante responsabilità per aver ignorato negli ultimi anni la spaventosa documentazione illustrante il  comportamento della Libia nel campo dei diritti umani da un lato, mentre dall'altro cercavano la collaborazione del governo del colonnello Gheddafi per contenere il flusso di persone in arrivo in Europa dall'Africa. Le politiche della UE hanno determinato gravi violazioni dei diritti umani ai danni di rifugiati, richiedenti asilo e migranti.

La debole risposta data finora dai paesi dell'UE in fatto di reinsediamento all'enorme problema dei rifugiati sfollati accalcati alle porte dell'Europa, non tiene nemmeno conto del fatto che alcuni paesi europei, prendendo parte alle operazioni NATO in Libia, sono stati parte di quel conflitto che è stato una delle maggiori cause dello spostamento non volontario di tanta gente.

Amaya Valcárcel, coordinatore per l'advocacy, JRS International

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sulla Forced Migration Review – giugno 2012; cliccare qui per richiederne una copia.

1.I nomi utilizzati in questo articolo sono di fantasia
2.Nel 2011 il Mediterraneo ha raggiunto il record di spazio marittimo con il maggior numero di decessi al mondo: vi sono annegate o andate disperse più di 1500 persone (e la cifra potrebbe essere sottostimata)


Burundi: le donne motore della solidarietà comunitaria

 
Una giovane madre al corso di alfabetizzazione presso la scuola agraria del JRS a Kibimba, Burundi (Danilo Giannese/JRS)

 
Per me, imparare a leggere, scrivere e fare di conto vuol dire capire le mie potenzialità, che prima non consideravo  

Kibimba, 6 luglio 2012 – Dalla fine della guerra civile nel 2005, centinaia di migliaia di rifugiati sono tornati a casa dopo anni di esilio in Tanzania. Tuttavia, a causa della già elevata densità di popolazione, della povertà e delle tensioni di carattere etnico, tra i nuovi arrivati e le popolazioni locali sono spesso insorti conflitti legati all'accesso alla terra. Per affrontare questa situazione, il Servizio dei gesuiti per i rifugiati nel Burundi punta, ormai da diversi anni, su una strategia che mira a rafforzare il ruolo delle donne e migliorare la sicurezza alimentare.

L'ultimo tassello di tale strategia è rappresentato dall'apertura di una fattoria didattica rivolta a donne e ragazze che offre corsi in tecniche agricole e di allevamento, alfabetizzazione ed educazione alla vita. Alla fine di giugno, 144 tra donne e ragazze hanno concluso il primo ciclo semestrale di lezioni, e tra loro è palpabile il desiderio, d'ora in avanti, di impegnarsi per rafforzare la solidarietà nelle rispettive comunità e promuovere pace e collaborazione tra gli ex rifugiati e le popolazioni locali.

Bisogna sottolineare che aspettarsi risultati troppo grandi in poco tempo sarebbe azzardato, visto che ancora immense sono le sfide che i burundesi hanno davanti a sé nella costruzione di un futuro stabile. Tuttavia, dopo solo qualche mese di corsi nella fattoria didattica del JRS, queste donne,che provengono dalle colline di Kibimba, nel sudest del Burundi, hanno chiaramente preso coscienza dell'importanza del loro ruolo sia nell'occuparsi al meglio delle loro famiglie che nel promuovere la pace nell'intera comunità.

Cyrilla Ndabarushimana, 18 anni, è una delle beneficiarie del progetto: "Noi donne siamo sempre al lavoro nei campi. Siamo noi che portiamo da mangiare a casa. Qui ho capito che il nostro ruolo è molto importante, sia in famiglia che nella comunità. In più, ora che so leggere e scrivere potrei diventare consigliera della collina e fare la mia parte per risolvere i conflitti tra vicini nel villaggio. Penso che noi donne abbiamo la capacità di far progredire la comunità nella solidarietà e nella pace", afferma la giovane.

Convivenza pacifica. La provincia nella quale sorge la fattoria didattica del JRS ha ricevuto, nel corso degli anni, un elevato numero di famiglie di ex rifugiati burundesi provenienti dalla Tanzania. Per evitare l'insorgere di conflitti legati all'accesso alla terra tra nuovi arrivati e popolazioni locali, il JRS mantiene un progetto sulla sicurezza alimentare a Giharo che sarà chiuso verso la fine dell'anno dopo quattro anni di attività.

La fattoria didattica di Kibimba mira a consolidare i progressi nell'ambito della sicurezza alimentare della zona e, di conseguenza, delle buone relazioni intercomunitarie. E lo fa rafforzando le capacità delle donne. Non solo insegnando loro tecniche moderne per avere un migliore rendimento in campo agricolo e nell'allevamento del bestiame, ma offrendo istruzione, conoscenza dei propri diritti e dei sistemi di gestione familiare.

"Per me, imparare a leggere, scrivere e fare di conto vuol dire capire le mie potenzialità, che prima non consideravo. Mi sento più forte e vedo che anche la considerazione di mio marito e dei vicini aumenta", racconta Odette Niyonzima, 25 anni – In più, ora so come si tiene ben pulita la casa, come si sistemano gli animali per non dar fastidio ai vicini, come occuparsi dell'educazione dei miei figli. E tutto questo è di esempio per gli altri, che mi chiedono di insegnar loro tutto ciò che ho imparato".

Sdrammatizzare i conflitti tra vicini. Odette spiega che ha anche capito di avere una parte determinante all'interno della comunità. "Da noi capita spesso che tra vicini nascano conflitti e tensioni, soprattutto tra ex rifugiati e locali. Ci si accusa per cose banali, come per esempio il fatto di tenere gli animali fuori dalla casa, dando così fastidio. Senza ragione, semplici vicini di casa rischiano di entrare in una spirale di ostilità e rancore. Io ora voglio adoperarmi perché tra noi regni sempre la pace e, quando nascono momenti di tensione, riunisco i due litiganti, ci sediamo insieme e analizziamo la situazione. Cerco di farli ragionare e arriviamo a un accordo in modo molto semplice", continua Odette.

Frequentando i corsi del JRS, Denise Sindayihebura, 23 anni, ha conosciuto donne di altre colline, delle quali è diventata amica. "Prima ero sempre a casa, da sola, chiusa in me stessa. Ora invece so quanto è bello condividere e ragionare su qualcosa con altre donne come me – racconta . Sento di avere una mente più aperta e non voglio più provare diffidenza verso nessuno solo per il fatto che è un ex rifugiato oppure che vive su un'altra collina. Ho voglia di uscire di casa e andare a trovare queste nuove amiche".

Le studentesse della fattoria del JRS hanno anche deciso di creare associazioni di donne, locali o ex rifugiate, per coltivare la terra e mettere in pratica tutto ciò che hanno imparato per aumentare il raccolto.

"Vogliamo essere di esempio per il vicinato. Vedendoci insieme capiranno che una comunità più unita e solidale è un luogo in cui vivere diventa più facile. Se saremo insieme e metteremo da parte i conflitti saremo una comunità più forte di prima", dice convinta Denise.

Se è vero che superare le sfide che si hanno dinnanzi vuol dire porre le fondamenta per un futuro stabile, allora molto può essere imparato dall'entusiasmo e dalle nuove conquiste delle donne di Kibimba.

Danilo Giannese, responsabile per la comunicazione e l'advocacy del JRS Grandi Laghi, Africa


  JRS DISPATCHES è inviato dall'Ufficio Internazionale del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, 00193 Roma Prati, Italia. Tel: +39 06 69 868 468; Fax: +39 06 69 868 461; Email: dispatches.editor@jrs.net; JRS on-line: http://www.jrs.net; Editore: Peter Balleis SJ; Redattore: James Stapleton; Traduzioni: Carles Casals (spagnolo), Edith Castel (francese), Simonetta Russo (italiano).

[JRS Dispatches Italiano] N. 321
Editor: James Stapleton