Questo sito Web utilizza i seguenti tipi di cookies: di navigazione/sessione, analytics, di funzionalità e di terze parti. Facendo click su "Maggiori Informazioni" verrà visualizzata l'informativa estesa sui tipi di cookies utilizzati e sarà possibile scegliere se autorizzarli durante la navigazione sul sito.
MAGGIORI INFORMAZIONI
x
Ucraina: famiglia di rifugiati non trova protezione
29 giugno 2011

Una rifugiata racconta l'esperienza di detenzione e abusi vissuta dalla sua famiglia
"È stato un periodo difficile, specialmente per i bambini. Mentre gli altri bambini giocavano fuori e andavano a scuola, i miei sono rimasti un mese in prigione."
Una rifugiata racconta l'esperienza di detenzione e abusi vissuta dalla sua famiglia

Bruxelles, 29 giugno 2011 – Hakimi viene dall'Afghanistan, ha 38 anni e quattro figli. È arrivata in Ucraina fuggendo dalla guerra e dai pericoli del suo Paese, ma il suo viaggio non è stato lineare.

"Sono andata in Pakistan, poi in Iran, in Turkmenistan e infine in Tagikistan," racconta.

Questo è avvenuto nel 1998 e in Tagikistan i rifugiati venivano rimpatriati in Afghanistan. Temendo che avvenisse anche a loro, Hakimi e la sua famiglia hanno deciso di partire per la Russia.

Ricorda il suo viaggio: "Viaggiavamo in due macchine. Nella prima c'era mio figlio di due anni con la madre, la sorella e il fratello di mio marito. Io ero nella seconda macchina con mio marito, mia sorella e la mia bambina di sei mesi. Il primo gruppo è riuscito a varcare il confine russo, noi invece siamo stati fermati dalla polizia e respinti in Tagikistan e da lì in Afghanistan."

Drammaticamente, la donna è stata separata dal suo bambino.

Tornati in Afghanistan, Hakimi e suo marito hanno subito la persecuzione dei Talebani.

"Mi rendevano la vita difficile perché mi avevano rimpatriato dalla Russia, ripetendomi: 'sei una comunista!'"

Poi, Stati Uniti e le forze della coalizione hanno preso il controllo dell'Afghanistan. Una notte, le forze ISAF si sono presentate a casa sua in cerca di combattenti talebani. Il marito di Hakimi ha detto ai soldati che i loro vicini facevano parte dei talebani; i vicini sono stati prontamente arrestati. Qualche tempo dopo, qualcuno ha sparato un colpo di pistola verso il marito, mentre era al lavoro. Non è stato in grado di capire l'autore del gesto.

Quella stessa sera, alle 11, la figlia di Hakimi ha sentito suonare il campanello. Il marito è uscito e ha visto un gruppo di talebani armati a volto coperto: stavano portando via delle persone. "I talebani sono gente pericolosa," dice Hakimi, "uccidono." La famiglia ha trascorso la notte senza dormire; la mattina seguente si sono rifugiati a casa di amici e ci sono rimasti dieci giorni.

Hanno quindi deciso, ancora una volta, di lasciare l'Afghanistan. Erano passati due anni da quando Hakimi era stata separata da suo figlio.

"Sono sua madre. Sto male perché mio figlio mi ha persa."

Pensando al bambino, Hakimi e la sua famiglia sono partiti per Mosca e da lì per l'Ucraina. Era il 2009. Dall'Ucraina, suo marito ha contattato sua madre e suo fratello, che li hanno incoraggiati a raggiungerli in Germania, dove si erano stabiliti.

Il viaggio si è rivelato molto difficile. La polizia li ha intercettati al confine tra Ucraina e Polonia.

"La polizia mi ha preso e ho iniziato a gridare. I miei bambini mi hanno vista piangere e hanno pensato che forse sarei morta. Mi hanno ricoverato in ospedale e mi hanno fatto un'iniezione", racconta Hakimi.

La polizia ha portato la famiglia alla prigione di Lutsk.

"È stato un periodo difficile, specialmente per i bambini. Mentre gli altri bambini giocavano fuori e andavano a scuola, i miei sono rimasti un mese in prigione."

In seguito sono stati trasferiti in un centro di detenzione, dove sono rimasti sei mesi.

"Il centro di detenzione era come una prigione", ricorda Hakimi.

Suo marito era in una cella separata e non gli era permesso di avere contatti con lei e con i figli.

"Temevamo che lo avessero messo su un aereo per rimpatriarlo."

A un certo punto la figlia di Hakimi si è ammalata; sono andate in ospedale, lasciando l'altro bambino al centro. Avendo chiesto il marito dove fossero la moglie e la figlia, una guardia gli ha chiesto di rimando, in russo, se fosse in cerca di guai. Non conoscendo la lingua, il marito ha risposto: "Sì". Due soldati e un ufficiale lo hanno preso e portato via.

"In una stanza chiusa lo hanno picchiato per una ventina di minuti sulla schiena e sulle gambe. Mio marito cercava di non gridare, perché i bambini non sentissero. Quando le guardie hanno aperto la porta, i miei figli hanno visto il padre: è stato per loro un momento terribile."

Tornata dall'ospedale, a Hakimi è stata consentita una visita di cinque minuti al marito. Ha visto che stava molto male ed era provato dalle percosse subite.

"Poi lo hanno portato via e messo in isolamento per dieci giorni. Riceveva solo tre piccoli pasti al giorno, e non gli era permesso vedere i figli."

Dopo sei mesi, Hakimi e i suoi familiari sono stati rilasciati dal centro di detenzione e sono stati mandati al centro di accoglienza gestito dal JRS.

È stato un grande miglioramento: "Ora sono felice, grazie a Dio. i miei figli possono andare a scuola."

Ma non tutto è risolto: Hakimi ha presentato due volte domanda di asilo, ma ambedue le volte la domanda è stata respinta. Ha ricevuto la visita di suo figlio dalla Germania. Erano passati troppi anni dall'ultima volta che si erano visti.

"Allora aveva due anni. Ora ne ha 14, è grande, un uomo. L'ho abbracciato e ho pianto. Era la prima volta che vedeva gli altri due fratellini. Eravamo tutti così felici."

Ma la loro felicità è stata di breve durata, perché il ragazzo è dovuto rientrare in Germania.

"È molto triste", dice Hakimi, "pensa continuamente alla sua famiglia."

Nonostante tutte le difficoltà che ha attraversato, Hakimi continua a sognare un futuro in cui tutta la famiglia possa vivere unita in un posto sicuro.

"Voglio vivere con il mio figlio maggiore. Sono una madre e una madre ama i suoi figli. Voglio avere una casa, una buona vita per i miei figli."

Contatti:
Philip Amaral, policy officer e responsabile della comunicazione
JRS Europe
Tel: +32 2 250 32 23; Cell: +32 485 173 766; europe.advocacy@jrs.net; www.jrseurope.org

Note:
  • Questo articolo è una sintesi della testimonianza video pre-registrata di Hakimi Marina, presentata in occasione di una conferenza stampa del JRS il 29 giugno presso il  Residence Palace di Bruxelles, per la pubblicazione di un nuovo rapporto, Nessuna alternativa: testimonianze di richiedenti asilo che vivono in Ucraina. Il rapporto si basa su interviste realizzate a richiedenti asilo, autorità ucraine e organizzazioni della società civile.
  • Dal 2008, il JRS Ucraina gestisce un centro di accoglienza a Lviv, vicino al confine occidentale dell'Ucraina, offrendo ospitalità temporanea a famiglie di richiedenti asilo e rifugiati, formazione professionale, corsi di lingua e accesso alle cure mediche.
  • Il JRS è presente in 50 Paesi del mondo. I 14 uffici in Europa offrono servizi diretti ai migranti e alle loro famiglie, comprendenti aiuti materiali, come accoglienza e cibo, ma anche consulenza legale e sostegno sociale. Gli operatori e volontari del JRS visitano migranti in stato di detenzione.